16 maggio 1931: 89 anni fa a Begec, villaggio vicino a Novi Sad, nasceva Vujadin Boskov. Corre oggi la ricorrenza della nascita del compianto allenatore che ha fatto la storia della Samp e del calcio italiano. Nonostante l’impegno calcistico, ha saputo far coesistere in gioventù anche gli studi laureandosi in Storia.

Il legame verso il Belpaese nasce da calciatore quando In Italia ha militato da calciatore alla Sampdoria, per poi sedersi sulle panchine di Ascoli, Roma, Perugia e Napoli. Tra le esperienze fuori i confini italiani, lo si ricorda come allenatore del Real Madrid dal 1979 al 1982.

Le citazioni storiche di Boskov

Il tecnico jugoslavo è entrato nei cuori di tantissimi italiani, venendo tramandato negli anni anche ai più giovani, anche grazie ad un suo modo di comunicare facendo uso della battuta per allentare la tensione: un modo di fare che ha accresciuto la sua stima nei confronti di tanti sportivi, tanto che alcune sue affermazioni, ancora tutt’oggi a distanza di trenta anni, restano di moda.

Impossibile non dimenticare le affermazioni fuori dagli schemi: lapalissiane, ma ricche di un profondo significato: “Rigore è quando arbitro fischia“, “Chi non tira in porta non segna” e “Meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0“. Espressioni ovvie, ma che al tempo stesso sono entrate dirette al cuore degli italiani che hanno apprezzato un modo di comunicare efficace, in grado di far cadere ogni genere di polemica.

Vita privata e disciplina di Boskov

In un’intervista rilasciata a posteriori dopo il ritiro dal calcio, Boskov svelò il suo segreto per giocare bene: la vita privata. I suoi calciatori erano liberi fino alle 23:30, poi telefonava all’abitazione di ognuno per scoprire chi era in giro. Un insegnamento che ricorda di quanto il calcio sia sacrificio.

La carriera di Boskov

Dopo una carriera in patria al Vojvodina in cui ha militato per dieci stagioni a causa di una legge che impediva ai giocatori jugoslavi il trasferimento al di fuori dei confini nazionali (nonostante le sue qualità calcistiche, tanto da essere chiamato nella rappresentativa Resto d’Europa che affrontò la Gran Bretagna), militò per una stagione alla Sampdoria ed appese gli scarpini al chiodo in Svizzera agli Young Fellows di Zurigo. Chiuse la carriera da calciatore senza aver preso ammonizioni.

Ha mosso i primi passi da allenatore proprio nel Vojvodina, portandola alla vittoria del campionato jugoslavo per la prima volta nella storia. Un percorso che gli consentì, a quaranta anni, di diventare commissario tecnico della Jugoslavia, vincendo il girone di qualificazione agli Europei. Si dimise nel 1973 per motivi politici, in quanto in disaccordo con il regime dittatoriale di Tito.

Le esperienze olandesi e spagnole

Il suo percorso di spostò in territorio olandese: dapprima nel Den Haag, vincendo la Coppa nazionale, poi nel Feyenoord. Costretto a lasciare i Paesi Bassi in virtù di una legge sugli extra-comunitari, si trasferì in Spagna: prima al Real Zaragoza, poi al Real Madrid dove vinse un campionato, due Coppe di Spagna ed arrivò in finale di Coppa dei Campioni, ed infine allo Sporting Gijon.

Il ritorno in Italia ed l’addio al calcio

Tornò in Italia dopo l’esperienza da calciatore alla Sampdoria, aprendo una delle pagine più belle di storia: chiamato a conquistare una salvezza con l’Ascoli, non riuscì ad evitare la retrocessione dei marchigiani, che riportò immediatamente in A nella stagione successiva. Tanto da meritarsi la chiamata anche della Sampdoria con cui instaurò un ciclo vincente, prima di passare alla Roma dove sotto la sua guida esordì Francesco Totti. Poi il biennio al Napoli, prima del ritorno a Genova, sempre sponda blucerchiata, intervallato da un’esperienza in Svizzera al Servette, e poi la conclusione dell’esperienza nel Belpaese al Perugia.

In Italia è stato anche docente della scuola per allenatori di Coverciano. Prima di ritirarsi definitivamente dal calcio, è tornato in patria riprendendo dove aveva lasciato: da c.t. della Jugoslavia. Partecipò agli Europei 2000, venendo eliminata ai quarti di finale, ma non riuscì a qualificarsi due anni più tardi ai Mondiali.

Sampdoria: uno di famiglia

Il destino di Vujadin Boskov e la Sampdoria si intrecciò fin dal percorso da calciatore, una parentesi di un’anno nel lontano 1961. Affettuosamente soprannominato ‘zio Vuja‘ dai tifosi blucerchiati, resterà indelebile nel cuore e della memoria di tutti i tifosi: resteranno scolpiti nella storia del club genovese i trionfi sotto la sua gestione, con la vittoria del primo ed unico scudetto, due Coppe Italia, una Supercoppa e una Coppa delle Coppe, oltre ad una finale persa in Coppa dei Campioni.

Il retroscena del fischietto

Correva la stagione 1962-1963 al Young Fellows, il primo di Vujadin in terra svizzera: il tecnico Patek durante la partitella di allenamento si infortunò al ginocchio e gli diede il fischietto per fargli continuare l’allenamento. Da quel momento, Boskov prende in mano quel fischietto e non lo molla più. La stagione successiva diventò allenatore-giocatore, per poi avviare una splendida carriera da allenatore: quel fischietto lo accompagnò in tutte le sue esperienze, fino a quella con il Perugia. In un’intervista dopo il ritiro, svelò un retroscena: durante l’esperienza alla Sampdoria, fecero uno scherzo facendogli sparire il fischietto dallo spogliatoio. Per una settimana non parlò con nessuno, fino a quando non riuscì fuori dopo che aveva alzato la voce nello spogliatoio.

Boskov: un tecnico che ha dato tanto al calcio italiano

Le sue frasi sono diventati nel corso degli anni dei mantra, sempre più attuali, diventando amato da tutti per il suo atteggiamento pungente.
Un mister che ha portato tanto al movimento calcistico italiano che negli anni ’90 viveva uno dei più bei periodi. Sei anni dopo la sua dipartita, non vogliamo dimenticarci di lui: auguri Vuja, ovunque tu sia ora!

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Classe '97, studente di Economia. Amante del calcio e delle sue sfaccettature a tutto tondo.

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