Tante chiacchiere e pochi fatti: solo la Roma combatte l’onda di razzismo che colpisce il nostro calcio

Nel corso della partita Verona-Brescia, disputata una settimana fa, abbiamo assistito all’ennesimo caso di razzismo negli stadi italiani. Questa volta ad essere oggetto di scherno da parte degli ultras è stato Mario Balotelli. Nel corso di questa settimana si è parlato tanto dell’accaduto e si è giustamente sottolineato come l’Italia da questo punto di vista sia nettamente indietro rispetto ai maggiori campionati europei. Oltre all’accaduto che di per sé è grave, quello che deve ulteriormente preoccupare sono le dichiarazioni avvenute durante la settimana da parte del Capo Ultrà del Verona e dell’ex Ministro degli interni Matteo Salvini.

Le parole dello scandalo

Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana, ma non potrà mai essere del tutto italiano. Ce l’abbiamo anche noi un negro in squadra, che ha segnato ieri, e tutta Verona gli ha battuto le mani. Ci sono problemi a dire la parola negro? Mi viene a prendere la Commissione Segre perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?”. Così ha parlato Luca Castellini, capo della tifoseria dell’Hellas Verona.

Sinceramente ora penso ai 20.000 posti di lavoro a rischio, Balotelli è l’ultima delle mie preoccupazioni. Un operaio dell’Ilva vale 10 volte più di Balotelli. Il razzismo va sempre condannato ma non c’è bisogno di fare i fenomeni.” Queste invece le dichiarazioni di Salvini in merito all’accaduto, tentando di minimizzare l’accaduto.

Parole come queste hanno giustamente fatto arrabbiare il giocatore che, intercettato dalle Iene ha correttamente sottolineato: “Questa non è politica, questa è questione di eduzazione“.

Negli ultimi 30 anni il fenomeno del razzismo è continuato a crescere, anche per merito di una legislazione fin troppo garantista e degli stessi giudici sportivi che tendono a minimizzare l’accaduto. Non da meno sono le responsabilità di società, media e istituzioni, che nulla hanno fatto in questo periodo per tentare di arginare il problema. L’ORAC (Osservatorio del razzismo nel calcio) nel quinquennio 2011-2016 ha evidenziato ben 249 casi di razzismo negli stadi, un numero troppo elevato per non prendere in considerazione nemmeno l’idea di un problema culturale di fondo. Se da un lato la giustizia sportiva non opera al meglio, per fortuna ci pensano i giocatori ad alzare la voce. Infatti, sono sempre più i giocatori a schierarsi in prima linea affinché si faccia qualcosa per combattere l’onda di razzismo.

Il caso Juan Jesus

Eclatante è stato il caso del giocatore della Roma Juan Jesus, insultato un paio di settimane fa sui social in seguito di una prestazione negativa. In quel caso il difensore aveva postato sul proprio profilo Instagram i messaggi di insulti da parte del ‘tifoso’ e aveva chiesto alla Roma di prendere provvedimenti. Prontamente la società giallorossa ha accolto la richiesta del suo giocatore ed ha punito il tifoso con 3 anni di Daspo. Quella dello della Roma è stato un gesto forte, con una chiara presa di posizione, che ha visto per la prima volta prendere parte attiva da parte di una società.

Affinché si possa realmente mettere un freno a questa ondata di razzismo è ora che si prendano gli stessi provvedimenti che sono stati applicati in Inghilterra: Daspo ai singoli tifosi, che a differenza della chiusura delle curve, rappresentata l’unico modo per infliggere pene significative.

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