Storie di Calcio #7: Abdón Porte, quando l’amore per il calcio porta al suicidio

«Por la sangre de Abdón»

Settimo appuntamento con Storie di Calcio. Per la prima volta voliamo in Sud America, patria di numerosissime storie legate al mondo del fútbol. In particolare, ci focalizziamo sull’Uruguay.

È pazzesco pensare come un piccolo paese, con una popolazione pari a un terzo degli abitanti della Lombardia, come l’Uruguay possa guardare tutto il mondo del calcio con una certa superiorità. Hanno iniziato a giocare poco dopo gli inglesi ma hanno vinto tutto per primi: Mondiale, Olimpiade, Copa America e perfino la Copa Libertadores. Un paese tanto piccolo quanto ricco di personaggi, come Alcides Ghiggia, e storie uniche, come il celebre Maracanazo. Per la storia più triste e più assurda, invece, bisogna cercare un nome: Abdón Porte.

Siamo nella Montevideo di fine Ottocento, una città viva che abbraccia il calcio: la passione per il pallone è ovunque, è nell’aria, è nei campi di terra battuta, per strada, al porto tra le navi appena arrivate dall’Europa. È il 1893 quando Abdón Porte nasce proprio a Montevideo, e proprio come la capitale inizia ad amare fin da subito il calcio. Passa l’infanzia e l’adolescenza giocando per strada, nei campi, al porto. Abdón correva, lottava, si allenava, cresceva e diventava sempre più grande, più forte. Cresce con un unico sogno, quasi un miraggio irraggiungibile, l’Estadio del Gran Parque Central, casa del Nacional. Gli anni passano e finalmente arriva il suo momento: è il 1910 quando veste per la prima volta la maglia di un club professionista, il Colon. Passa un solo anno e Abdón corona il suo sogno, indossa la maglia del Nacional, una divisa che non si toglierà mai più di dosso.

L’Indio, soprannome dovuto alla sua mole muscolosa, è un regista atipico, elegante e con un fisico e un colpo di testa fuori dalla norma. Divenne ben presto leader e capitano della squadra. Come era leader in campo, lo era fuori: le sue parole nello spogliatoio, prima della partita, ipnotizzavano i compagni di squadra, diventò per tutti un esempio da seguire. Capitano e leader indiscusso di quel ciclo fantastico di vittorie che andò dal 1912 al 1917, suggellato dal successo del 1914, con cui il Nacional vinse la Copa Competencia contro il Penarol nel clasico, il derby che mette a soqquadro tutta la città. Vinsero 2-1 e segnò proprio il capitano Abdón Porte. Gli bastò poco per entrare anche nel giro della nazionale, con la quale, nel 1917, vinse la Copa America.

Il ’17 fu, forse, l’anno migliore della carriera di Porte, concluso con l’appena citata vittoria nel torneo continentale. Gli anni, però, iniziavano a farsi sentire, ed era già considerato vecchiotto per il calcio dell’epoca. L’eleganza non mancherà mai, ma la forza mastodontica e quei micidiali colpi di testa vennero meno. Non riusciva più a stare dietro ai giocatori più giovani. Ne risentì anche la rifinitura: la palla non si adagiava perfettamente sui piedi dei compagni di squadra, che erano obbligati a rincorrerla. Lo stesso Porte si rese conto di quello che stava accadendo, però si sentiva ancora il capitano, il pilastro dello spogliatoio. Voleva essere un esempio per i più giovani, e perciò decise di tramandare l’arte, di trovare un eletto a cui affidare il futuro della squadra.

Il tutto, però, intraprese un’altra strada, da cui Abdón non riuscì più a tornare indietro. Il capitano venne tradito da chi gli era stato più vicino: iniziarono a piovere le critiche dai tifosi prima, dai compagni di squadra poi. Arrivarono le panchine, la tribuna. In un attimo svanì tutto. Non era più il leader, e questo fu un colpo durissimo per Porte. Nonostante ciò, il 4 marzo 1918 Abdón fu schierato titolare nell’amichevole contro il Charley Solferino, partita vinta 3-1, e giocò tutti i 90’, partecipando attivamente alla vittoria dei suoi. Come abitudine, la sera stessa la squadra si riunisce nella sede della società per festeggiare la vittoria. Anche Porte partecipò, scambiò qualche chiacchiera con i compagni, brindò ai colori della maglia, salutò tutti e si congedò.

Prese il tram, ma non andò a casa sua. O meglio, andò nell’unico luogo che considerava davvero casa sua, l’unico in cui si sentiva protetto. Intorno alle due del mattino Abdón Porte varcò i cancelli del Parque Central e si sedette a centrocampo, nel suo centrocampo, nel più assoluto silenzio. Accarezzò l’erba del campo, guardò gli spalti vuoti. Rivide le azioni, i passaggi, i contrasti, sentì di nuovo la fatica degli scatti e, forse, sentì ancora il cuore che si gonfiava insieme alla rete della porta dopo un gol. Ripensò a tutto questo Abdón Porte, il capitano, e sorrise. Poi, estrasse una pistola dalla giacca e si sparò al cuore. Proprio lì, nel suo centrocampo. La fine definitiva di tutto, all’alba del 5 marzo 1918. Quando lo ritrovarono, stringeva in mano due biglietti: uno era per la madre, in cui le chiedeva perdono, l’altro era per il presidente del Nacional: chiedeva di essere sepolto al Cementerjo de la Teja, vicino alle altre glorie del club.

Ancora oggi il Nacional non ha dimenticato Abdón, il suo capitano più coraggioso: la tribuna dei tifosi più caldi è intitolata a lui e, da allora, a ogni partita viene esposto lo striscione «Por la sangre de Abdón» (per il sangue di Abdón). Per Porte il calcio era tutto, era vita, e quando è venuto meno ha deciso di morire piuttosto che vivere senza. Rimarrà per sempre nella sua casa, Abdón Porte, Héroe Nacional.

Marco Razzini

«Nacional anche quando sarò polvere.

E nella polvere sempre amante.

Non dimenticherò un istante quanto ti ho amato. Addio per sempre»

Estratto di uno dei due biglietti che teneva in mano

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Capo-redattore di Novantesimo.com. Cresciuto nel calcio di fine anni '90 e inizio 2000, l'amore per lo sport è scoccato fin da subito. La mia passione si divide tra calcio, economia e storia, che porto avanti con €uroGoal e Storie Di Calcio.