Storie di Calcio #4: Justin Fashanu, quando il prezzo per la propria libertà è troppo caro

Fashanu 1

Quarto appuntamento con Storie di Calcio. Questa volta parliamo di uno dei più grandi astri nascenti del calcio inglese, distrutto da tutto e da tutti seguendo la propria libertà: Justin Fashanu.

Justin Fashanu nasce il 19 febbraio del 1961 a Londra, da madre guyanese e padre nigeriano. Dopo la separazione dei genitori, Justin e il fratello John vengono affidati ad un orfanotrofio prima e ad una famiglia di Norfolk dopo. Qui inizia la sua vera e propria carriera nel mondo del calcio, infatti le sue doti da attaccante vengono subito notate dal Norwich City che lo tessera per le giovanili. Dopo aver firmato il primo contratto da professionista, nel 1979 entra in prima squadra dove conquista subito il posto da titolare. La stagione successiva è quella che lo porta alla ribalta nazionale grazie ad un gol spettacolare segnato contro il Liverpool, che verrà premiato come miglior gol della stagione. In totale con la maglia dei Canaries realizza 39 reti in 103 presenze.

L’estate successiva, raggiunto l’apice, viene acquistato dal Nottingham Forrest di Brian Clough. Questo trasferimento passa alla storia perché Justin diventa il primo giocatore di colore ad essere stato pagato 1 milione di sterline e, come spesso capita nella magia del calcio, al Forrest eredita la maglia n. 9 di Trevor Francis, che a sua volta fu il primo giocatore di sempre ad essere stato acquistato per quella cifra. In concomitanza del passaggio al Nottingham, Fashanu inizia a collezionare le prime presenze nella nazionale U21 inglese, presenze che fanno presagire ad una grandiosa carriera con la maglia della nazionale maggiore. Ma è proprio con la maglia del Nottingham Forrest che inizia il declino, inesorabile, di Justin Fashanu. Il rapporto con Clough non sboccia mai, anzi si incrina quasi subito, sia per le scarse prestazioni fornite dall’attaccante, sia perché iniziano ad aleggiare delle voci riguardanti la sua vita privata. Infatti, nonostante sia stabilmente fidanzato, la frequentazione di locali per omosessuali fa suscitare un forte seguito mediatico e queste voci non vanno giù nemmeno allo stesso Clough, che lo definirà un «fottuto finocchio».

L’atmosfera pesante creata dagli innumerevoli gossip si vanno ad aggiungere alla già forte pressione dovuta alle aspettative per l’esplosione definitiva, che però non arriva. Infatti i soli 3 gol segnati in 32 presenze con il Nottingham Forrest fanno ricredere Clough che l’estate successiva lo manda al Southampton in prestito, dove realizza 3 gol in 9 presenze, abbastanza per essere notato e acquistato dal Notts County per 150.000 sterline. Con i magpies gioca 64 partite realizzando 20 reti, ed è in questo periodo che subisce un grave infortunio che lo porterà più velocemente verso il baratro.

È il 1983, si gioca la partita di capodanno, Justin viene colpito all’altezza del ginocchio e i tacchetti creano una ferita che non guarirà mai. Nonostante ciò, il tempo passa e Justin raggiunge una maggiore consapevolezza della propria sessualità, ma la paura dell’uscire allo scoperto lo condizionano sempre di più, sia dentro che fuori dal campo. Nell’estate del 1985 passa al Brighton & Hove Albion, ma ci resta poco. Infatti dopo sole 16 presenze e 2 gol, la ferita al ginocchio si infetta. Justin è costretto a lasciare l’Inghilterra per volare negli Stati Uniti, dove viene operato. Nel 1988 torna a giocare e lo fa proprio in America, prima con la maglia dei Los Angeles Heat e poi con quella degli Edmonton Brickmen, ritrovando anche la confidenza con il gol. Torna così in Inghilterra con una grande voglia di riscatto, ma non riuscirà mai a soddisfare le squadre in cui andrà. Infatti passa da Manchester, sponda City, poi West Ham, Ipswich Town e Leyton Orient, per finire, nel 1990, al Southall, squadra dilettantistica, che gli offre il doppio ruolo giocatore-allenatore.

Justin è arrivato al momento in cui realizza che il grande treno ormai non passerà più ed è così che, il 22 ottobre 1990, il The Sun pubblica un’intervista esclusiva in cui Justin Fashanu dichiara la propria omosessualità. La sua speranza è quella di essere il primo di una lunga serie di celebrità che tengono nascosta la loro omosessualità, ma così non è. Infatti nessuno segue il suo esempio e Justin si ritrova da solo a subire tutte le conseguenze del caso. Le prime critiche riguardano la sua decisione di rilasciare l’intervista al The Sun: «Ho pensato sinceramente che se mi fossi dichiarato sui peggiori giornali, e fossi al tempo stesso rimasto forte e positivo riguardo al fatto di essere gay, questi non avrebbero avuto più nulla da dire in merito». Col senno di poi, forse la peggior decisione. Se lui sperava di trovare sollievo facendo outing, così non fu. Il fratello John lo rinnega pubblicamente, insieme alla comunità nera inglese che definisce il tutto come un «patetico ed imperdonabile affronto per tutta la comunità». Tutto questo porta ad una sola cosa: Justin si ritrova ancora più solo e disperato.

Adesso inizia un lungo pellegrinare da una parte all’altra dell’oceano alla ricerca di una stabilità, soprattutto psicologica, che Fashanu non troverà mai. Infatti, finita la stagione europea, torna negli Stati uniti, dove veste la maglia dei Toronto Blizzard. Successivamente fa ritorno in Inghilterra con i dilettanti del Leatherhead. Poi passa al Torquay United, prima di trasferirsi in Scozia con la maglia degli Airdrieonians. Prova un’avventura in Svezia con il Trelleborg, ma ritorna ben presto in Scozia accasandosi agli Hearts of Midlothian, dove, però, viene cacciato a causa di comportamenti disonorevoli legati ad alcune storie sulla sua vita privata. Torna oltre oceano, questa volta vola in Nuova Zelanda, dove gioca per i Miramar Rangers. La sua ultima esperienza da giocatore è in America, con la maglia degli Atlanta Ruckus, conclusa con divergenze contrattuali con la dirigenza. A questo punto finisce definitivamente la carriera da giocatore di Justin Fashanu.

Justin si trasferisce nel Maryland dove diventa allenatore di una società appena nata, il Maryland Mania Club. Sembra quasi che abbia trovato quella pace tanto attesa in questa sua nuova vita da allenatore, ma, come si dice, è solo la quiete prima della tempesta finale. È il 25 marzo 1998. Un ragazzo diciasettenne chiama la polizia dicendo di essersi risvegliato, dopo una notte a base di alcool e marijuana, nel letto di Justin Fashanu, mentre quest’ultimo stava abusando sessualmente di lui. L’ex giocatore viene subito interrogato ed è forte nel rinnegare le accuse, dichiarandosi disponibile alla macchina della verità e a fornire campioni di sangue per eventuali analisi.

Nonostante ci fossero poche prove per colpevolizzarlo e visto anche che la polizia non ritenne necessario l’arresto preventivo, ormai Justin era segnato. Apparteneva a due categorie in quel periodo apertamente discriminate come quella dei gay e dei neri, sommiamoci tutte le aggravanti del caso, come il consumo di marijuana e alcool a favore di minori, ed è per questo che Justin precipita nel panico, a tal punto che, quando il 3 aprile la polizia si reca a casa sua per una perquisizione, si scopre che Fashanu era scappato il giorno dopo l’interrogatorio per tornare in Inghilterra.

In patria vive da clandestino, con il cognome da nubile della madre. Cerca disperatamente aiuto, contattando vecchi amici e anche il suo vecchio agente, ma nessuno lo ascolta. Il 2 maggio 1998 viene visto recarsi al Chariots Roman, una sauna gay a Londra. Tutt’ora non si sa nulla sulla sua visita in quel locale, ma è qui che cerca l’ultimo aiuto, quello di suo fratello. Infatti John Fashanu ha dichiarato, in un’intervista rilasciata successivamente, di aver ricevuto una chiamata quella sera, dicendo di aver sentito il respiro della persona dall’altro capo e, quando ha capito che si trattava di suo fratello, ha riattaccato.

Il 3 maggio 1998, a trentasette anni, Justin Fashanu viene ritrovato impiccato, con un cavo elettrico, in un garage abbandonato poco distante dalla sauna. Vicino al suo corpo fu rinvenuto un biglietto da lui scritto, in cui spiegava il motivo di questa triste fine. Principalmente si era reso conto che veniva già considerato colpevole a priori, successivamente dà la sua spiegazione di quello che è successo quella notte, infine una speranza, quella di trovare finalmente la pace.

Come sempre accade ci furono le più svariate reazioni. Parole forti vennero dette dal fratello John, che per anni lo aveva rinnegato: «Penso che abbia, anzi che abbiamo creato una situazione in cui lui sia stato isolato. Non credo che noi avessimo accettato il fatto che lui fosse gay. E quando dico ‘noi’ sto probabilmente cercando di difendermi dal dire ‘io’». Quello che sarebbe potuto diventare uno degli attaccanti migliori della storia del calcio inglese, è stato distrutto dalla discriminazione di un mondo ancora troppo chiuso. Una vicenda in cui sicuramente il calcio ha perso, ha perso l’anima di un giocatore, di un semplice ragazzo, che ha pagato caro il prezzo per la propria libertà.

Marco Razzini

«Desidero dichiarare che non ho mai e poi mai stuprato quel giovane. Sì, abbiamo avuto un rapporto basato sul consenso reciproco, dopodiché la mattina lui mi ha chiesto denaro. Quando io ho risposto “no”, mi ha detto: “Aspetta e vedrai”. […] Non voglio dare altri motivi di imbarazzo ai miei amici ed alla mia famiglia. […] Spero che il Gesù che amo mi accolga e che io possa infine trovare la pace…»

Justin Fashanu

(estratto del biglietto trovato vicino al corpo)

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Capo-redattore di Novantesimo.com. Cresciuto nel calcio di fine anni '90 e inizio 2000, l'amore per lo sport è scoccato fin da subito. La mia passione si divide tra calcio, economia e storia, che porto avanti con €uroGoal e Storie Di Calcio.