Storie di Calcio #3: Arpad Weisz, leggendario allenatore ebreo vittima dell’olocausto

foto weisz fine

«Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito»

– Enzo Biagi

Terzo appuntamento con Storie di Calcio. Questa volta parliamo di un allenatore che ha scritto una parte di storia del calcio italiano ed europeo: Arpad Weisz. Ho voluto aprire in un modo un po’ differente dal solito, ovvero con una citazione del grande giornalista Enzo Biagi, frase da molti punti di vista storica ma allo stesso tempo un filo macabra, termine molto utilizzato per trattare gli argomenti socio-politici che dominano tra gli anni trenta e quaranta del 1900 in Europa.

Arpad Weisz nasce il 16 aprile del 1896 a Solt, in Ungheria, da una famiglia di ebrei. Da calciatore ebbe una carriera discreta, inizia nel Törekves, poi Maccabi Brno, Padova e Inter, all’epoca Ambrosiana, insieme a qualche presenza con la nazionale ungherese, ma un brutto infortunio lo segna e termina precocemente la sua carriera. Dopo un anno sabbatico in Uruguay, dove completa la sua conoscenza calcistica, Weisz torna in Italia e, dopo una breve parentesi all’Alessandria come secondo allenatore, si siede sulla panchina dell’Ambrosiana.

Con i nerazzurri vinse lo scudetto ‘29-‘30 all’età di 34 anni, ancora oggi il più giovane allenatore a vincere il titolo nazionale. Con questa vittoria raggiunse un alto livello di fama nazionale, che culminò con la pubblicazione, nel 1930, de Il giuoco del calcio , manuale scritto a braccetto con Aldo Molinari e con prefazione di Vittorio Pozzo, un testo che trattava i dettami del calcio inglese dell’epoca. L’esperienza di Weisz all’Ambrosiana è ricordata, oltre che per il titolo, per la scoperta e il lancio, a 17 anni, di Giuseppe Meazza, principale autore, a suon di gol, del titolo vinto con i nerazzurri.

Dopo l’Ambrosiana, Arpad ebbe due avventure, prima a Novara poi a Bari, prima di passare alla squadra con cui fece la storia. Stiamo parlando del Bologna, club con cui raggiunse l’impossibile. Ma prima di arrivarci, partiamo dall’inizio. Weisz arriva nel momento perfetto a Bologna, vi si stabilisce con la moglie, Ilona, e i due figli, Roberto e Clara. La città lo accoglie e lo integra nel miglior modo possibile. Weisz ha una cura maniacale dei dettagli, al Littoriale, all’epoca chiamato così sia per il momento storico sia perché Renato Dall’Ara era il presidente, fa andare con frequenza una equipe di giardinieri per il prato. Ed è proprio al Littoriale che nasce una grande squadra. La nascita del grande Bologna è dovuta anche ad una figura, quella di Ivo Fiorentini, italo-uruguagio di Montevideo, che fu allenatore del grande Livorno del ‘42-‘43. Ivo aveva un grande rapporto con il presidente Dall’Ara, e per questo gli manda dei giocatori per tre anni consecutivi. Il primo è Francisco “El Piteta” Fedullo, trequartista offensivo mancino. Il secondo anno arriva Raffaele “Faele” Sansone, anche lui trequartista, ma destro. Il terzo anno completa il trittico con Miguel Andreolo, il centromediano metodista, quel tipo di giocatore che ti completa. Weisz riesce a fondere questi tre giocatori con il nucleo degli italiani e questo porta ad un unico risultato, il 10 maggio del 1936 il Bologna torna Campione d’Italia. Questo non basta, rivincono l’anno dopo. La squadra ha molti elementi interessanti oltre ai tre uruguagi, per esempio il Conte Spazzola, Dino Fiorini, esterno, un giocatore pazzesco. Morirà nel ‘44 sotto il fuoco partigiano.

Il titolo nazionale non basta al Bologna, per questo nel 1937 partecipa, a Parigi, al Torneo dell’Esposizione, Expo, considerato la Champions League dell’epoca. Però è dura, è dura perché ci sono i maestri inglesi, infatti al torneo prende parte anche il Chelsea, che puntualmente arriva in finale. Come si possono battere i maestri del calcio? Con una grande lezione. Il Bologna vince 4-1 ed è sul tetto d’Europa, nasce il mito de “Il Bologna che tremare il mondo fa”.

Raggiunto l’apice, inizia l’inesorabile discesa, ma questa volta non è la solita discesa. La vita di Arpad Weisz sta per cambiare. Infatti passiamo dalla storia sportiva, a quella parte di storia, barbarica, che quando si incontra e si è vittima, non c’è via di uscita. L’Europa è diversa, è iniziato un circolo inesorabile che prende anche l’Italia e, nel 1939, vengono promulgate le prime leggi razziali. La situazione ha del paradossale, infatti l’informativa che divulga Mussolini, obbliga gli ebrei stranieri che sono in Italia da una certa data a lasciare lo stato. Inizialmente questa data era stata fissata al 1933, e se è il ’33 i Weisz possono restare tranquillamente, ma prima della diffusione, Mussolini cambiò a penna la data da 1933 a 1919, e se è il 1919 allora i Weisz devono andarsene, e se ne vanno. Un treno porta Arpad, Ilona, Clara e Roberto a Parigi, è la sua terza volta nella capitale francese, dopo le olimpiadi del ’24 con l’Ungheria e il Torneo dell’Esposizione con il Bologna. Cerca una squadra e prova con una società di Serie B francese, ma nulla di fatto. A Parigi restano tre mesi, che portano solo un indebolimento delle finanze familiari e per questo partono, partono alla volta dell’Olanda.

Ad attendere Arpad c’è il Dordrecht, non una grande squadra, ma comunque gioca in Serie A. Sono un gruppo di ragazzi universitari, ma nonostante ciò riesce a trasformarli, al primo anno si salvano allo spareggio, poi due anni consecutivi quinti in classifica, riescono a battere anche il grande Feyenoord. Ma la storia deve andare, inesorabilmente, avanti. Ufficialmente, l’Olanda non ha nulla a che vedere con la Germania, ma a separarli non c’è nessuna frontiera naturale, e ai tedeschi bastano cinque giorni per arrivare ad Amsterdam. Ed è quello che fanno, Blitzkrieg, guerra lampo. È il 1942. La Gestapo non ha bisogno di sapere dove solo i Weisz, sono troppo consciuti. Il 7 agosto del ’42 le SS arrivano alla porta di casa Weisz. Indossano tutti un cappotto nero, con una grande stella gialla sul petto, sul passaporto c’è la J di juden. Ormai sei entrato in quel circolo, ormai non ne esci più. I figli non possono più andare a scuola, Arpad non può più allenare, guarda i suoi giocatori da uno spiraglio nel recinto dello stadio. Non si può andare avanti così, e il giorno arriva.

Valigie, bisogna partire. Pagano persino il biglietto. Devono andare a Westerbork, campo di concentramento olandese. Il momento è arrivato, Hitler ha varato la soluzione finale. Da Westerbork partono giornalmente treni verso la Polonia. È venerdì 2 ottobre 1942. I Weisz vengono fatti salire su un treno per Auschwitz-Birkenau. Giunti a Birkenau c’erano due direzioni da prendere, o si andava a destra, direzione Auschwitz, oppure andavi a sinistra, direzione Birkenau. Ilona, Roberto e Clara vanno a sinistra. Il lunedì successivo, tutti e tre vengono invitati a fare la doccia, ma sono diverse dalle docce che conoscono, il soffione non è in corrispondenza dello scolo dell’acqua. Ma dal soffione non esce acqua, esce acido cianidrico in cristalli che viene immesso in atmosfera. Arpad non è a Birkenau, infatti si è fermato in Alta Slesia, perché ha un fisico da atleta, può ancora servire. Raggiunge comunque Auschwitz, nel 1944. Si è stimato che in media la vita nei campi di concentramento era di 4 mesi, Arpad ci resta per 16 mesi. Ormai c’era un completo distacco tra il corpo, che continuava ad assisterlo, e la mente, che non voleva più vivere in quel mondo. Però quel momento doveva arrivare e arriva, la mattina del 31 gennaio 1944 il corpo raggiunge la mente. Arpad Weisz è morto. Solo. Affamato. Disperato.

Una domanda che non avrà mai risposta è perché un uomo della sua intelligenza non ha mai pensato, visto le conoscenze che aveva in Sud America, a portare la famiglia a Montevideo, in Uruguay, con la prima nave? Forse perché lui è venuto al mondo per allenare, e forse per questo che ha preferito andare a Dordrecht, perché per lui il calcio era tutto. Fino a pochi mesi prima era l’allenatore migliore e più amato d’Italia e d’Europa. Un allenatore che ha scritto una parte di storia del calcio nazionale ed internazionale non meritava di andarsene così, circondato da freddo, solitudine e disperazione.

Marco Razzini

 «Fatto sta che di Weisz, a sessant’anni dalla morte, si era perduta ogni traccia. Eppure aveva vinto più di tutti nella sua epoca, un’epoca gloriosa del pallone, aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi. […] Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A lui è successo»

– Matteo Marani

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Capo-redattore di Novantesimo.com. Cresciuto nel calcio di fine anni '90 e inizio 2000, l'amore per lo sport è scoccato fin da subito. La mia passione si divide tra calcio, economia e storia, che porto avanti con €uroGoal e Storie Di Calcio.