Storie di Calcio #2: Marc-Vivien Foé, la tragica e ingiusta morte di un Leone

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Secondo appuntamento di Storie di Calcio. Questa volta trattiamo un argomento completamente opposto al precedente: parliamo di una tragica morte, la tragica e ingiusta morte di Marc-Vivien Foé.

Prima di parlarvi di questo, però, partiamo dall’inizio: chi è Marc-Vivien Foé? Per i più giovani il nome sarà sconosciuto o quasi, ma per i più grandicelli potrebbe essere un po’ conosciuto. Foé nasce a Yaounde, Camerun, il 1 maggio 1975. Cresce calcisticamente nel Canon, squadra della sua città, e già nel 1993 è vicino all’Europa. Dopo aver disputato una grande Coppa d’Africa U20 e i Mondiali della stessa categoria, Foé viene proposto alla Fiorentina, che però declina definendolo “lento e un po’ legnoso”.

Passa un anno e, giovanissimo, parte con la nazionale maggiore camerunense in direzione Stati Uniti per i Mondiali del 1994. Questa competizione è decisiva per la sua carriera perché subito dopo viene acquistato dal Lens. Marc-Vivien Foé è pronto per la sua prima avventura in Europa.

Al Lens, Foé passa il periodo migliore della sua carriera. Resta con i giallorossi per quattro anni e mezzo, coronando il tutto con il titolo vinto nel 1998. La grande stagione lo porta a raggiungere l’accordo per il trasferimento al Manchester United per circa 15 miliardi di vecchie lire. Con il contratto pronto, Foé parte per l’Umbria, più precisamente Norcia, dove il Camerun preparò il Mondiale di Francia ’98. Qua avvenne l’irreparabile. Durante una partitella, uno scontro porta alla rottura della gamba destra, con conseguente disfatta della suo sogno chiamato Manchester United: infatti Foé non aveva sostenuto le visite mediche e non aveva ancora firmato il contratto, dunque, questo portò all’annullamento del trasferimento. Allora il Lens lo cedette al West Ham, ma la prima stagione passò tra tribune e recuperi fisici. Anche la stagione successiva è praticamente uguale. Fu allora che Foé decide di tornare in Francia. Nonostante il forte interesse del Paris Saint-Germain, lui scelse il Lione: “All’inizio dovevo andare a Parigi, al Paris Saint-Germain, ma poi ho pensato che Lione per me fosse meglio, sia a livello sportivo sia per la mia vita, perché la mia donna non voleva andare a Parigi“.

A Lione ci fu la rinascita tanto sperata e attesa. Sotto la guida di Jaques Santini, l’Olympique vinse la Coppa di Lega al primo anno e il campionato al secondo. Foé diventò un pilastro anche del Camerun, che portò a vincere la Coppa d’Africa nel 2000 e nel 2002. Concluso il Mondiale in Corea del Sud e Giappone del 2002, Foé fece il suo ritorno in Inghilterra, in prestito al Manchester City. Con i citizen realizzò 9 gol in 35 partite, tra cui l’ultimo gol segnato al vecchio stadio del City, il Maine Road, prima che esso fosse demolito.

Adesso arriviamo alla fine del racconto, ma anche al momento più importante in assoluto. È il 26 giugno 2003. Stadio Gerland di Lione, il suo stadio. Si sta giocando Camerun – Colombia, partita valida per la semifinale di Confederations Cup. C’è un caldo insostenibile. Siamo al 17’ del secondo tempo. Il Camerun sta vincendo 1-0 ma è appena rimasta in 10 uomini dopo l’espulsione di Tchato. Marc-Vivien Foé ha appena avuto un contrastato con Cordoba. Questa è l’ultima azione della sua vita. Poco dopo si vede Marco barcollare e stramazzare al suolo. Sì, Marco, non mi sono sbagliato. I suoi compagni lo chiamavano così, all’italiana. Lo stesso Cordoba è il primo ad accorgersene e lo soccorre subito, sollevando la nuca. I suoi compagni colombiani si sbracciano verso le panchine. Marco è steso in una posizione quasi religiosa, ha le braccia larghe e le gambe unite. Ha gli occhi riversi e la mascella bloccata. I medici di entrambe le squadre cercano di aprire la bocca per non farlo soffocare. Lui rimane lì, immobile, privo di conoscenza.

Viene subito trasportato fuori dal campo, insieme a lui una macchina per la respirazione artificiale. Viene portato al piccolo presidio medico dello stadio, non è in condizione di arrivare all’ospedale. “Per quarantacinque minuti abbiamo tentato la rianimazione cardiaca. Purtroppo non è stato sufficiente, il giocatore è deceduto. È ancora troppo presto per individuare le cause esatte del decesso, sarà necessario procedere ad un’autopsia“. Queste le parole di Alfred Muller, medico della FIFA. Marc-Vivian Foé è morto.

Quello che succede dopo l’uscita dal campo di Foé è paradossale. I compagni di squadra continuano a lottare fino alla fine e raggiungono la finale della competizione. La speranza di tutti è quella di incontrare la Francia, perché giocherebbero contro molti compagni di squadra nonché amici.

Anche a Marco sarebbe piaciuto giocare contro la Francia, fin da piccolo era legato a questo paese. Aveva addirittura fatto un stage a Clairefontaine, il centro della nazionale francese. Tutta la felicità per l’aver raggiunto la finale, però, svanì in un instante, al rientro negli spogliatoi. La notizia arriva anche ai giocatori: Marc-Vivien è morto. Potrete chiedere a chiunque fosse presente in quel momento nei corridoi dello stadio, e tutti vi risponderanno che si sentivano solo urla di dolore e pianti strazianti uscire da quello spogliatoio, dallo spogliatoio da dove erano sempre usciti musica e canti. “Marc-Vivien ci lascerà il ricordo di un ragazzo elegante, che era la gioia di vivere. Ricorderemo le sue battute e la musica che faceva uscire dagli spogliatoi” apparve sul suo sito. “Non so se giocheremo la finale, decideremo dopo una riunione. È un giorno troppo triste per il nostro Paese” disse un dirigente del Camerun, anche se Blatter fu pronto a ribadire il contrario. Anche i giocatori della Colombia, tristi spettatori dell’accaduto, rimasero sotto shock alla notizia: “Ci siamo accorti subito che non reagiva, ma non pensavamo a una tragedia del genere. Poi, a fine partita, durante la seduta defaticante, abbiamo saputo ed è stato uno shock. Di fronte a fatti del genere tutto perde importanza. Sono sconvolto. Non riesco ancora a crederci. Non capisco come possa essere successo” disse Cordoba, il primo a soccorrere Foé.

Quello che accadde dopo fu un lungo periodo di ipotesi reali e non. C’è chi disse che sarebbe bastata la presenza di un defibrillatore nello stadio o meglio ancora a bordo campo. Per alcuni medici Foé non avrebbe dovuto giocare quella partita perché era un periodo in cui era molto stanco. Si è parlato pure di doping. Anche Marie Louise, moglie di Marc-Vivien, pensava, come tutti, che si fosse solo sentito male. Saputo della morte, voleva sapere di chi fosse la colpa: “Non poteva scendere in campo, non era fisicamente in grado di farlo, ha anche provato a chiedere una sostituzione poco prima di cedere” ha detto al Sun. Di contrario parere Winfried Schàfer, allenatore di quel Camerun: “Lo abbiamo visto provato, gli abbiamo chiesto se voleva uscire e lui ci ha assicurato di poter continuare“. Un susseguirsi di dichiarazioni che hanno portato al giorno dell’autopsia: Marc-Vivien Foé è morto per un arresto cardiaco. Il corpo è risultato negativo al test anti-doping. “Il giocatore soffriva di una cardio-miopatia ipertrofica del ventricolo sinistro probabilmente congenita, quasi impossibile da individuare senza un esame approfondito” – ha detto Xavier Richard, procuratore della repubblica di Lione – “L’incidente cardiaco può essere attribuito ad uno sforzo violento e la malformazione a una somma di sforzi ripetuti nel tempo. C’è stata una degenerazione che ha provocato uno sviluppo estremamente importante del cuore“.

Il giorno della finale i giocatori di Camerun e Francia sembravano essere tutti fratelli, si abbracciavano, avevano gli occhi lucidi. Il nome di Foé è ovunque nello stadio: sulla maglie, sugli spalti, “Un leone non muore mai, dorme” recitava uno striscione. Durante il minuto di silenzio le emozioni aumentarono. Aumentarono perché fu un vero minuto di silenzio, senza applausi, senza cori, solo un lungo e puro silenzio. Adesso Marc-Vivien è su un mega poster che Rigobert Song, capitano di quel Camerun e amico da sempre di Foé, porta all’ingresso delle squadre. In campo si vive un’atmosfera surreale. I giocatori sono tutti abbracciati, in questi momenti non esistono due nazioni. I francesi dritti, petto in fuori, molto rigorosi. I Leoni hanno la testa bassa. Le lacrime sono tante. Sono tutti lì, allo stadio, a omaggiare Marc-Vivien Foé, un Leone morto in campo, a centrocampo, lontano dal pallone, lontano da tutti.

Marco Razzini

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Capo-redattore di Novantesimo.com. Cresciuto nel calcio di fine anni '90 e inizio 2000, l'amore per lo sport è scoccato fin da subito. La mia passione si divide tra calcio, economia e storia, che porto avanti con €uroGoal e Storie Di Calcio.