Storie di Calcio: 10 giugno 1934, il primo storico Mondiale dell’Italia

italia 1934
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Nel corso della storia, solo sei Nazionali sono riuscite a vincere il Mondiale di calcio “in casa“, ovvero ospitato da loro stessi.

I primi a farlo furono gli uruguaiani, che nel lontano 1930 ospitarono e vinsero il primo mondiale della storia, battendo in finale l’Argentina.

Due anni più tardi, nell’ottobre del 1932, il congresso della FIFA assegnò all’Italia l’organizzazione del Mondiale 1934. Questa decisione fu una grande vittoria per il nostro paese, che già voleva organizzare l’edizione del 1930.

La candidatura fu fortemente voluta anche dall’allora partito fascista, che aveva compreso la rilevanza politica dell’avvenimento per dare lustro all’Italia sul piano internazionale.

Difatti, il governo guidato da Mussolini aiutò notevolmente la federazione con, per esempio, esenzioni fiscali e concessione quasi gratuita degli stadi.

Dall’altra parte, il mondo calcistico disponeva di strutture eccellenti e di un ottimo livello di organizzazione. Tutto ciò portò a un successo inatteso dal punto di vista economico.

Guardando i numeri, durante la manifestazione furono introitati circa 3.600.000 lire, più o meno 850 milioni odierni, generando più di 1 milione di guadagno, pari a 250 milioni.

La composizione del torneo

Quell’anno aderirono 32 federazioni, dunque fu necessario ricorrere a una fase eliminatoria per designare le 16 concorrenti alla fase finale. Uruguay e Inghilterra non presero parte al torneo, la seconda in lotta con la FIFA di cui non riconosceva l’autorità.

L’Argentina si presentò con una rosa quasi del tutto composta da dilettanti, perché le grandi squadre si rifiutarono di far andare i propri gioielli. Anche il Brasile arrivò in Italia con una squadra rimaneggiata e senza grandi campioni.

La grande sorpresa del turno eliminatorio fu l’eliminazione della Jugoslavia, arrivata terza quattro anni prima in Uruguay.

L’Italia non era favorita

Come spesso accade, l’Italia non parte mai con i favori del pronostico. E anche in quel 1934 c’erano rappresentative più accreditate per la vittoria finale.

L’uomo della svolta fu un funzionario alla Pirelli con un passato nel calcio, tale Vittorio Pozzo, designato dalla federazione come Commissario Unico della nazionale, tutt’oggi uno dei più grandi allenatori della Nazionale e detentore di numerosi record.

Tecnico all’avanguardia, Pozzo era uno studioso del calcio e della psicologia dei calciatori, un visionario capace di andare oltre gli schematismi decisi a tavolino.

Molto importante fu l’aggiunta di un importante numero di oriundi provenienti dal Sud America, giocatori come Monti, Orsi, Guaita, che con l’aggiunta di talenti nostrani come Meazza, Ferrari e Monzeglio, diedero a Pozzo una rosa di primissima qualità.

I risultati iniziarono ad arrivare e nel corso del 1933 gli azzurri ottennero sei vittorie contro le grandi europee Germania, Cecoslovacchia, Belgio, Ungheria e Svizzera (battuta due volte).

Venne registrato anche un pareggio con i maestri del calcio inglesi, risultato di grande prestigio per ogni nazionale. Dunque l’Italia sembrava in rampa di lancio verso il Mondiale.

Poco prima dell’inizio del torneo, l’Italia cadde malamente contro la Svizzera. Questo risultato fece insorgere la stampa che attaccò gli azzurri, a loro dire rei di non riuscire a imporsi contro i vicini di casa.

Una delle frasi più celebri attribuita a Vittorio Pozzo è «Riconoscere la sconfitta è la prima tappa della vittoria».

Gli azzurri la riconobbero dopo la disfatta con la Svizzera, e da qui parte la storia di una Nazionale capace di vincere il Mondiale in casa per poi replicare quattro anni dopo in Francia nel 1938.

Inizia il Mondiale

L’italia debutta senza troppi problemi con gli Stati Uniti. Spazzati via gli americani, ai quarti si presenta il primo grande ostacolo: la Spagna.

Si scontrano due grandi difese, che nei 120 minuti giocati concedono solo un gol per parte, fissando il risultato finale 1-1.

Dato che all’epoca non esisteva la lotteria dei calci di rigore, fu necessario giocare una seconda partita il giorno dopo. Pozzo apportò alcuni mirati cambi alla formazione, e grazie a un imperioso stacco aereo di Meazza gli azzurri passarono il turno.

Ad attendere l’Italia in semifinale c’è l’Austria, grande candidata alla vittoria del Mondiale. Il Wunderteam è un grande ostacolo sulla strada degli azzurri.

A San Siro si giocò una partita dura, maschia, in cui prevalse il fisico e l’atletismo. A scamparla fu proprio l’Italia, che passò in semifinale grazie al gol vittoria di Guaita.

La disputa provocò numerose polemiche in casa austriaca, con il gol reputato irregolare e un paio di rigori non fischiati dall’arbitro svedese Eklind.

La finale: Italia – Cecoslovacchia

Eliminata l’Austria, la favorita diventa la Cecoslovacchia che, battuta la Germania, raggiunge l’Italia in finale.

Giunti a Roma, la finalissima si gioca nello Stadio Nazionale, ribattezzato per l’occasione Stadio del partito nazionale fascista, sulle cui ceneri oggi sorge lo Stadio Flaminio.

Dopo un primo tempo a reti inviolate, l’Italia pare nervosa e quasi spaventata. La difficoltà aumenta al 71′ quando gli avversari passano in vantaggio con Puc.

Nel momento in cui tutto sembrava perso, il gol subito sveglia l’Italia che si riporta a un alto livello di gioco e trova il pareggio con Orsi. A inizio supplementari arrivò il gol di Schiavio, grande attaccante del Bologna di Weisz, che diede il KO ai cecoslovacchi.

Quella squadra probabilmente non era la più forte, ma il lavoro che fece Pozzo nel costruirla fu qualcosa di raro e di difficile imitazione.

Riuscì a costruire un reparto difensivo quasi impenetrabile, un centrocampo e un attacco ricco di eleganza, fantasia e genio calcistico, con elementi come Meazza, simbolo del calcio nostrano, Ferrari e Angiolino Schiavio in mezzo, con le sgaloppate di Orsi e Guaita sulle fasce.

Quella del ’34 fu un’impresa, poi replicata nel ’38. Vittorio Pozzo diede una svolta all’idea calcistica italiana che pochissimi altri sono riusciti a fare, scrivendo una pagina indelebile nella storia del calcio italiano.

«Se ripenso ai raduni di quella nazionale nella mia città, a Cuneo, faccio fatica a credere in tanta modestia. La imponeva Vittorio Pozzo, un tipo di alpino e salesiano arrivato chissà come alla guida degli azzurri. […] Uno di quelli per cui la parola sacra è “ël travai”»

Giorgio Bocca
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Capo-redattore di Novantesimo.com. Cresciuto nel calcio di fine anni '90 e inizio 2000, l'amore per lo sport è scoccato fin da subito. La mia passione si divide tra calcio, economia e storia, che porto avanti con €uroGoal e Storie Di Calcio.

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