Tra poco più di 24 ore la Lazio si recherà a Monaco di Baviera per giocare la sua ultima partita internazionale della stagione: a marzo l’unico obiettivo rimasto ai biancocelesti è la riconferma in Champions per l’anno prossimo, con il quarto posto a -6 ma con una partita da recuperare contro il Torino.
Una sfida ardua, soprattutto per il livello della squadra che, durante l’intera stagione, è risultato quasi sempre inferiore a quello di Milan, Atalanta e Juventus.
La questione Simone Inzaghi è centrale per l’esito di questo campionato, ma anche per il suo intero ciclo.

Le ragioni del rendimento scarso dopo il lockdown

La prima domanda da porsi per capire questa situazione è forse scontata: la Lazio ha fallito questa stagione? La risposta non lo è altrettanto. 
Molto spesso si fanno erronei confronti con la Lazio pre-lockdown, che aveva una media di più di 2 punti a partita e un passo da scudetto: è stata inoltre per ampi tratti la seconda miglior difesa del campionato e la prima squadra per rendimento in casa. 
I segreti di quel successo erano proprio questi: un meccanismo perfettamente oliato in cui ogni elemento della rosa era in grado di rendere al 110%, poche assenze e la possibilità di preparare una partita a settimana, un passo sostenuto dai tifosi sempre più presenti sugli spalti e cominciato con la rimonta contro l’Atalanta, vera rivale degli ultimi anni.

Poi lo stop che ha cambiato tutto e ha fatto venire meno a uno a uno tutti questi elementi.
Non a caso il rendimento post-lockdown non è minimamente comparabile: in 38 partite totali sono arrivate 14 sconfitte e 19 vittorie, 61 goal fatti e 56 subiti, media di 1.63 punti a partita che proiettata su un campionato vuol dire 62 punti, a malapena l’Europa League se prendiamo come riferimento la Serie A degli ultimi 4 anni.

In questa ottica la Lazio ha certamente fallito, sbagliando completamente il mercato estivo: non si è rinforzata in difesa che richiedeva interventi da almeno 3 anni, ha puntato su Muriqi e Fares che, al netto di infortuni e Covid, hanno deluso le aspettative e, in conclusione, non ha allungato la rosa minandone il rendimento nel serrato ritmo che questa stagione avrebbe necessariamente richiesto.

Il contratto in scadenza ha segnato la stagione

La seconda domanda che è conseguenza diretta della prima è: Inzaghi ha finito il suo ciclo con i biancocelesti? Non è semplicemente una osservazione a caldo in seguito a prestazioni non sufficienti, ma qualcosa di più profondo. 
Il tecnico piacentino ha il contratto in scadenza a giugno ma, fin da settembre, sia lui sia la società hanno confermato che l’accordo c’è e che mancano solo “gli ultimi dettagli”. Il primo incontro per rinnovare doveva esserci ad Auronzo durante il ritiro, poi a settembre durante la pausa nazionali, poi nella sosta di dicembre, ora sembra che ci sarà nella prossima data per le nazionali. 
L’ultima occasione buona quindi o per mettere una firma che sembra vicina ma anche molto lontana (soprattutto in momenti di forma non esaltanti) o per definire il nuovo allenatore. Qualunque sia la scelta il ciclo va rifondato e la pianificazione per la stagione 2021-2022 deve essere già cominciata, per abbassare drasticamente l’età media dell’organico (28.6 anni) e per sostituire alcuni elementi che non hanno mai reso al massimo.
Sotto queste premesse il ciclo di Inzaghi può continuare. Così come avvenuto nell’estate 2014, servirà una vera rifondazione con l’acquisto di almeno due difensori titolari, un mediano, probabilmente anche un attaccante per sosituire il partente Caicedo e un portiere se Strakosha verrà ufficialmente bocciato dal mister. Si può ricostruire la squadra attorno alle sue idee cambiando gli interpreti e cercando soluzioni differenti: l’ultima Lazio, infatti, oltre a raccogliere errori su errori in difesa, appare spesso a spartito unico, sempre con lo stesso passo e le stesse idee, sempre meno contropiedista e verticale.

Margini di crescita e limiti

Su quali basi la Lazio può ripartire dallo stesso Inzaghi? Sullo sfondo c’è lo spettro di aver raggiunto il culmine nella striscia di vittorie dello scorso anno, uno splendore ormai apparentemente irraggiungibile per questo gruppo. 
L’allenatore di Piacenza è comunque ancora molto giovane e ha margini di crescita importanti: nonostante questo è un conservatore, soprattutto quando è in difficoltà.
È conservatore nel modulo, l’ormai intoccabile 3-5-2, nonostante magari non ci siano gli interpreti per farlo: Patric è ormai titolare in difesa, ma nasce mezzala/esterno di centrocampo; Marusic ha giocato quasi sempre da esterno sinistro e ultimamente anche da centrale, ma nasce esterno destro; Acerbi è uno dei migliori marcatori in Italia, ma per necessità di organico è ormai schierato come stopper sinistro che in fase di costruzione equivale ad un’ala d’attacco (con conseguenti lacune dietro).

Inzaghi è conservatore nelle singole scelte. Dopo una prima parte di campionato più “progressista”, nelle ultime uscite non ha mai intaccato il blocco titolare nonostante un Correa quasi sempre spento, un Immobile acciaccato fisicamente e non lucido, un Leiva a mezzo servizio, un Caicedo apparso in grande spolvero dopo l’infortunio. Infine, Inzaghi è conservatore nel mercato, difeso esplicitamente a più riprese. Le ultime sessioni fallimentari sono certamente colpa del ds Tare, ma c’è il suo benestare in ogni trattativa: conoscere talenti da campionati meno noti non è il suo mestiere, ma Fares, Hoedt e Musacchio sono sue richieste. Tra una rosa di nomi sicuramente non esaltante per le alternative accessibili per budget/necessità, ma comunque sue scelte. 

Un allenatore-tifoso per far sognare l’ambiente

Sullo sfondo c’è l’ambiente laziale, tanto feroce quando le cose vanno male tanto appassionato quando si vivono assieme grandi imprese; la cavalcata dello scorso anno non sarà mai dimenticata, così come le Supercoppe o la Coppa Italia vinta nel proprio stadio con l’eurogoal di Correa. 
Ambiente che Inzaghi conosce alla perfezione perché lo ha vissuto da giocatore e allenatore a vari livelli anche durante la transizione dalla Lazio stellare di Cragnotti a quella di Lotito, passando per tutte le difficoltà del caso. 
Un rapporto con il patron romano non facile, ma quasi da coppia, sedimentato nel tempo con tanta stima reciproca e qualche litigio. 

Le opzioni per Inzaghi ci sarebbero sia in Italia che non, ma nei suoi occhi così come in quelli dei tifosi è vivo il sogno di un ciclo alla Ferguson.
Il picco è stato raggiunto e bisogna essere consapevoli che molto probabilmente questo gruppo non ci potrà tornare: la sfida di Inzaghi è quella di non vivere nell’ombra di quel risultato, ma di stupire facendone di nuovi, iniziando un nuovo corso magari con una cessione illustre basandosi sulla propria idea di calcio e sulla voglia di crescere.
L’ambiente laziale non aspetta altro.

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Classe '99, sono di Roma e tifo Lazio. Attualmente studio Scienze Statistiche. Appassionato di calcio, della tattica e dei numeri.

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