17 giugno 2001. Sedici anni fa la Roma si aggiudicava il suo terzo scudetto dopo una stagione tutt’altro che perfetta. Lo stadio era una bolgia: si narra che in quel giorno, chissà come, sia entrato un numero esagerato di persone, si parla di numeri ben oltre l’effettiva capienza dello stadio. Ripensarci fa quasi rabbia: 75 punti, 22 vittorie, 9 pareggi e 3 sconfitte mentre lo scorso 28 maggio ha concluso la stagione con 87 punti ottenendo un rispettabilissimo secondo posto, rispettabilissimo con una Juventus e un Napoli del genere. Comunque.

Un missile – Su una partita molti potrebbero sorvolare, ma non su questa partita. Già, perché esattamente 16 anni fa, alle 15:19 – secondo più, secondo meno – un ragazzo biondo, con una fascetta sulla fronte ed un’altra al braccio, apriva le marcature. Questo è uno dei goal che i tifosi della Roma non possono dimenticare: Emerson allarga verso Vincent Candela, palla in mezzo, sbuca Francesco Totti: un destro, al volo, muro del suono frantumato. 1-0.

Salvate lo stadio – Venti minuti più tardi un altro rischio corso, non dalla Roma e neanche del Parma, ma dall’integrità dello Stadio Olimpico: il re Leone, Batistuta, decide che se c’è qualcosa chiamato ‘contropiede’ allora va fatto. E lui lo fa. Da solo. Buffon, all’epoca ancora in forza al Parma, decide altresì che questo goal non s’ha da fare. Respinta con il piede, ingenuamente se vogliamo, perché in fondo lo sai che nel 2001, ‘respinta’ significa ‘Montella’ e che in fondo ‘Montella’ significa ‘goal’. L’aeroplanino decolla e gli spalti sono stabili nella situazione di cui sopra.

Allori e Di Vaio – Fine primo tempo. Tensione. Paura. Sugli spalti ci si rinfresca, il caldo, non solo dovuto al meteo, è insopportabile. La partita riprende con un discreto equilibrio. Questo fino al trentatreesimo, quando Paolo Cannavaro si fa superare da Batigol che sigilla e fa definitivamente crollare l’Olimpico. Quattro minuti, allori, gioia, Di Vaio. Cosa? Sì, la retroguardia giallorossa dimentica che Di Vaio era un gran bel attaccante e di gente come Antonioli ne ha fatta piangere. Goal. Altri tre minuti, tre minuti di resistenza strutturale dello stadio, poi il caos. Un meraviglioso caos, tredici minuti di invasione di campo.

Una terra promessa – Gli ultimi cinque minuti più recupero nessuno li ricorda. Poi, togliete lo spumante a Candela. Poi fermate i tifosi. Nuova invasione, massiccia. C’è da dire che chi, durante la prima invasione ha ottenuto una qualche reliquia nella memoria, chi ha invaso a fine partita è riuscito a portarsi via magliette, pantaloncini, scarpe di cuoio e addirittura le zolle di terreno.

E poi niente. E poi festa e poi una città immersa in un tripudio di bandiere, colori municipali, clacson – una volta tanto il traffico non c’entra – colorita e colorata gente per le strade a cantare quel coro, quasi incredulo che parte con “siamo noi”.

 

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Nasce a Roma nel 1991. Appassionato di parole, in qualsiasi forma o attraverso qualsiasi mezzo di trasmissione.

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