Alle 12.30 il Sassuolo sarà ospite dell’Inter di Stefano Vecchi. Tra i protagonisti del match ci sarà sicuramente anche Domenico Berardi, attaccante neroverde e tifoso interista fin da bambino. Proprio il calciatore calabrese si è raccontato in un’intervista a La Gazzetta dello Sport. Queste le sue parole, riportate da Calciomercato.com:

Sul rifiuto alla Juventus: “Per come lo dissi io non fu un no. Era un sì al Sassuolo, quel sì che a loro non avevo mai detto. Eravamo appena andati in Europa League e volevo giocarla coi compagni con cui me l’ero presa, crescere un altro anno. E poi a me piace tanto giocare e poco fare quello che mi dicono di fare. La Juve non mi ha costretto a far nulla, ma spingeva molto perché andassi: per me era una specie di imposizione. E quanto avrei giocato? Mi avrebbe fatto bene tanta panchina, così giovane? Confesso, l’esempio di Zaza un po’ ha pesato: ho contato i minuti che Simone aveva giocato lì e ho tirato il freno”.

Altri “No”: “Mia mamma mi racconta che dicevo tanti no già da bambino. Il primo per il calcio arrivò a 12 anni, al signor Calabretta, osservatore. Voleva per forza portarmi alla Juve, ma avevo troppa paura di lasciare la mia terra. Il secondo a 14 anni; un poliziotto calabrese che viveva a Ferrara organizzò un provino. La Spal mi disse: ‘Sei preso, avvisa i tuoi’. Ma io: ‘Non avviso nessuno, torno a casa’. Avevo una sensazione che non mi piaceva. Il terzo fu all’Under 19, la mia cavolata più grande, ma il Sassuolo era appena stato promosso in Serie A e volevo festeggiare. Nel 2015, invece, non dissi no alla Nazionale: lasciai Coverciano per un problema muscolare, i medici mi dissero che non ero disponibile. Non ho mai capito perché Conte ci rimase male”.

Sulla sua squadra del cuore: “Sono nato con il cuore nerazzurro perché certe cose i genitori le passano ai figli e vinse la fede di papà Luigi e di mio fratello Francesco, non quella di mamma Maria che tifa Juve. Da bambino mi riempì gli occhi Ronaldo il Fenomeno, a 15 anni toccò a Milito: la sera di Madrid presi la mia bandiera e andai con gli amici a festeggiare. Ogni ragazzino che ama il calcio ha una squadra del cuore, no? Il mio tifo l’ho dichiarato in tempi non sospetti, ben prima che si iniziasse a ipotizzare l’Inter nel mio futuro. Normale: leggo che mi seguono, nel loro progetto ci sono nuovi acquisti e possibilmente italiani, per forza se ne parla. Ma io non ne parlo, a fine stagione si vedrà”.

Su Allegri: “Allegri deve solo dirmi grazie. Dai, è una battuta… Però, a pensarci bene: il Milan lo ha esonerato dopo i miei quattro gol, lo ha preso la Juve e oggi è lì che ha vinto tutto e può vincere anche la Champions. Non ci ho mai parlato, dopo quel giorno. Non è capitato di incrociarci se non in campo, dunque non mi ha mai detto ‘Mannaggia a te’, e io quella sera, saputo dell’esonero, non pensai: ‘Mimmo, visto che hai combinato?’. Lui era il primo a sapere come vanno certe cose nel calcio, soprattutto se fai l’allenatore: sbagli tre-quattro partite e ti ritrovi fuori. E poi avevo appena fatto quattro gol al Milan: pensavo solo a godermela”.

Sull’autocontrollo: “Una volta la vena mi si tappava al terzo fallo subìto, se arrivavo al quarto era tanto. Era più forte di me, prendere botte mi mandava al manicomio. Adesso non sono diventato un santo, ma credo di aver imparato a controllarmi: non mi si tappa neanche al ventesimo fallo. È una promessa che ho fatto solo a me stesso, la sera della gomitata a Juan Jesus (Inter-Sassuolo, settembre 2014). Sono arrivato a casa e ho acceso la tv, volevo rivedere quella reazione. Ho spento e mi sono detto: ‘Quello non sei tu, è un’altra persona: per quanto ancora vuoi passare per quello che non sei?’. Fu un’autosqualifica ben più importante dei 3 turni che mi diede il Giudice sportivo. Con gli arbitri in campo riesco sì e no a parlarci, figuriamoci se accetterebbero un invito a cena da me… Il problema è che certe etichette le hai e te le tieni: io ho fatto degli errori e con loro continuo a pagarli. Inutile illudermi del contrario, nei miei confronti un po’ di prevenzione c’è: ultimamente meno, per fortuna, perché non gliene do più motivo. E comunque, se posso dirlo, dovrebbero tutelare di più i calciatori di talento: troppi falli tattici e sistematici uguale meno spettacolo. E ci vorrebbe anche più dialogo, ma alla fine, soprattutto in un piccolo club, finiscono per parlare solo col capitano”.


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