Intervistato dal Corriere della Sera, Marco Giampaolo ha cercato di analizzare i diversi obiettivi da perseguire sulla panchina della Sampdoria.

L’ex Empoli, inoltre, ha spiegato le diverse tecniche per creare un vero laboratorio dove far crescere i diversi talenti a disposizione e creare un gruppo basato sul giusto mix di esperienza e giovani calciatori: Vado dove c’è un progetto. Qui c’è. Se mi chiede dove sarò domani non glielo so dire, prima di tutto perché non m’interessa: in quanto uomo di mare, sono fatalista. E poi a 50 anni una cosa l’ho capita: ciò che è certo oggi non lo è più domani. Comunque io qua sto benone, c’è il mare, e uno stadio pazzesco. A volte lì dentro succede qualcosa di metafisico. Il calcio è lavoro, allenamento, ricerca, studio. Ma non è una scienza”.

Sulla sfida contro il Manchester United di Mourinho:  “Il migliore al mondo, per arte comunicativa, è senz’altro lui. Guardiola è un magnifico ideologo. Allegri un gigante della gestione delle pressioni, Spalletti pure. Sarri è un maestro di calcio. Dipende cosa intendiamo, secondo me il migliore non esiste perché poi c’è di mezzo la qualità individuale dei calciatori. Faccio un esempio: Sarri all’Empoli fa 40 punti, al Napoli 90. Pensate sia diventato bravo adesso? No, lo era già prima, ma non aveva quel materiale a disposizione”.

Sulla propria crescita professionale effettuata in questi ultimi anni, studiata anche da altri tecnici:  ” Non lo so, chiedetelo a loro… Dieci anni fa mi davano del finito, io non l’ho mai pensato. Il calcio è una giostra di risultati, l’importante è avere la consapevolezza della propria passione, delle proprie convinzioni, e della voglia di continuare a costruire mettendosi in gioco a qualsiasi livello. Punto. Io c.t.? Non mi sembra corretto rispondere in questo momento perché c’è un collega che sta portando avanti un lavoro durissimo. Il mio è un punto di osservazione esterno e di rispetto perché quella del c.t. è una missione. Storica, direi.Avete visto la Spagna? Lì non c’entra il calcio, è cultura. Lì al centro di tutto c’è l’idea, oltre alle qualità dei singoli che la possono migliorare: io calciatore sono protagonista del gioco, si nasce già con questo tipo d’impostazione e quando ci si ritrova in Nazionale ci si riconosce in un lavoro che ha origini lontane, ma comuni. E a un calcio che prima di ogni cosa è culturale non si arriva da soli e in poco tempo”.

Su Patrick Schick“Ho detto che può giocare in diverse posizioni della linea d’attacco, ma sempre con la porta dritta davanti a sé. Confermo: per me non è un’ala. Giocatore pazzesco, mai banale, quando calcia è sempre gol. E dire che un anno fa non se lo filava nessuno. Aveva bisogno di crescere muscolarmente, era acerbo. Ma fortissimo. Sa chi se ne accorse per primo?Antonio Cassano. Un pomeriggio viene da me e mi dice: mister, questo è forte forte. Antonio e il Verona? Non si entra nella testa di un uomo. Di lui però una cosa l’ho capita parlandoci ore e ore: è un intenditore di calcio. Il prossimo Schick sarà David Kownacki, il polacco. Vent’anni, diverso da Patrik ma potenzialmente fortissimo. Nel medio periodo esploderà”.

Infine una domanda strettamente personale: “Fumare? Non credo smetterò mai, mi rilassa quando ho pensieri per la testa. E due vittorie non significano nulla. Sono servite a lavorare più serenamente durante la sosta, quello sì”.

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Classe 1994, studia Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Sabino di nascita e napoletano di adozione, coltivo la passione per il calcio e per la scrittura tanto da analizzare tutto ciò che ruota intorno a tale sport. Obiettivi futuri? Descrivere un calcio che unisce e da speranza a tutte le persone, senza differenze tra colori e categorie.

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