Il dado è tratto. Citando questa famosa espressione di Giulio Cesare sul Rubicone, il comunicato di questa notte della nascita della SuperLega può essere letto come un punto di non ritorno. Si tratta di una decisione storica che ha sancito una spaccatura in due fronti di federazioni, club, tifosi ed appassionati di questo sport: da un lato chi vede in questa nuova competizione un ancora di miglioramento sul modello NBA che può portare un incremento economico e di prestigio, dall’altra chi lamenta l’assenza di meritocrazia con squadre nel calderone che non avrebbero acquisito alcun diritto per partecipare.

Il precedente dello scorso secolo: dal malcontento al Progetto Pozzo

Una spaccatura che non ha eguali nella storia calcistica. O meglio, non nella storia recente. Riavvolgendo il nastro e tornando indietro esattamente di 100 anni, possiamo trovare una delle più grandi proteste della storia calcistica che interessò proprio il campionato italiano – all’epoca denominato Prima Categoria – che all’epoca si svolgeva per motivi logistici su base regionale, che sfociava in seguito in fasi finali nazionali.

Nel 1909, per effettuare una scrematura delle partecipanti, la F.I.G.C. fissò dei paletti per l’ammissione al campionato: campo sportivo di proprietà, solidità finanziaria e la necessità di dimostrare di avere un livello tecnico-sportivo all’altezza della Massima Serie. Nonostante la nascita della Promozione (alias Seconda Categoria) al fine di consentire il meccanismo di promozioni-retrocessioni, quest’ultime non avvenivano mai: ad eccezione di alcune rinunce, i club venivano sempre riammessi.

Nel 1919 vi fu la decisione da parte della F.I.G.C. di ammettere ulteriori 18 squadre nel primo campionato post-bellico, innalzando il numero delle squadre partecipanti nella Massima Serie a 66 (di cui 48 dell’area Nord). Una scelta che generò delusione tra le squadre che già in passato presero parte alla competizione, le quali furono costrette ad affrontare compagini neo-ammesse spesso non all’altezza della categoria: risultati tennistici ed ampiamente prevedibili comportarono un allontanamento del pubblico dagli spalti in particolare nelle prime fasi della competizione, con le fasi finali (più redditizie) si concludevano in piena estate per concludere i gironi regionali.

Numeri che crebbero anche nella stagione successiva (88, di cui 64 dell’area Nord), tanto che il 4 luglio 1920 i club piemontesi più blasonati dell’epoca (Juventus e Pro Vercelli capofila) giunsero alla rottura e alla fondazione della Lega Italiana del Giuoco del Calcio, sostenuti anche dal Progetto Pozzo: la riforma, ideata dall’ex C.T. della Nazionale Vittorio Pozzo da cui prese il nome, pose come punti cardine l’abolizione delle gare eliminatorie regionali, l’abbattimento del numero di squadre dell’area Nord da 64 a 24 (organizzate in due gironi da 12), la tassativa osservazione delle retrocessioni e la creazione dei livelli calcistici dalla Prima alla Quarta Categoria. Il progetto fu inizialmente accantonato il successivo 25 settembre, dopo che i club ebbero garanzie dalla Federazione circa la conclusione del campionato in tempi accettabili.

Vista la conclusione del campionato in tempi inoltrati (il 24 luglio 1921 con la finalissima Pro Vercelli-Pisa), dopo una fase nazionale dimezzata a causa della disputa dei turni preliminari sino a Pasqua, e con gli introiti del botteghino non sufficienti a coprire gli investimenti effettuati, il malcontento dilagò e i 24 club più blasonati si riunirono a Milano dando parere positivo in merito alla riforma, che avrebbe visto ai nastri di partenza unicamente quei club.

Proprio come oggi con la SuperLega, questa decisione generò molte polemiche: il Brescia e l’Hellas Verona – reduci da stagioni al di sotto delle aspettative – rientrarono tra le 24 formazioni, mentre furono lasciate fuori squadre come Bentegodi Verona, Saronno e Trevigliese nonostante i buoni risultati ottenuti sul campo. Si alzò quindi la barricata da parte delle escluse, le quali sostennero che i guadagni delle eliminatorie rappresentavano una fonte primaria di entrata ed il numero delle promozioni proposte dalla Seconda alla Prima Divisione esiguo.

Nonostante la mediazione delle Società minori che provarono a suggerire un piano alternativo e meno drastico, la mattina del 24 luglio 1921 (stesso giorno della finalissima) Vincenzo Pozzo presentò il suo progetto alla F.I.G.C.: il piano fu messo a votazione e fu bocciato con 113 voti contrari e 65 favorevoli.

Il doppio campionato 1921-1922: F.I.G.C. e C.C.I.

La mancata approvazione del Progetto Pozzo non fu digerita dai 24 club che optarono per la scissione, abbandonando in massa la F.I.G.C. e procedendo alla creazione della Confederazione Calcistica Italiana (C.C.I.), con l’obiettivo di migliorare il livello del gioco ed innalzare la qualità del campionato italiano con uno sguardo al modello inglese.

La F.I.G.C. perse tutte le squadre vincitrici dello Scudetto e 14 finaliste (su 16) della precedente edizione, nonché squadre storiche del campionato italiano. Il livello competitivo si abbassò notevolmente e a fregiarsi dello scudetto fu la Novese, compagine alla prima apparizione in Prima Categoria. Viceversa, nel campionato di Prima Divisione organizzato dalla C.C.I. il livello, come prevedibile, fu competitivo.

La riunificazione che portò alla Serie A a girone unico

Dopo alcuni tentativi già nei mesi precedenti, la F.I.G.C. e la C.C.I. giunsero ad un accordo il 26 giugno 2022 per la riunificazione del campionato italiano (Compromesso Colombo), dopo estenuanti trattative durate mesi. Nel campionato 1922-1923, organizzato dalla F.I.G.C. (non più su base regionale), la Lega Nord si presentava con 36 squadre ai nastri di partenza, mentre la Lega Sud con 20, con le due vincenti del raggruppamento che si affrontavano come sempre nella finalissima che metteva in palio il tricolore.

Questa riforma fu vista come una vittoria da parte delle 24 Società che si erano ribellate al sistema, con la scissione dalla F.I.G.C. durata appena un anno. Questo processo stese un tappeto rosso al processo che portò la creazione del primo campionato di Serie A a girone unico (1929): già a partire dalla stagione 1923-1924 il numero di squadre della Lega Nord fu ridotto a 24, approvando di fatto con due anni di ritardo le proposte del Progetto Pozzo.

Le analogie con la SuperLega

Esattamente cento anni dopo, il calcio (questa volta non soltanto italiano) si trova impelagato in una situazione simile, ricca di analogie con quanto passato: come a dire, la storia si ripete.

In entrambi i casi si è trovata ispirazione altrove: non più dal Regno Unito, ma dal modello americano dove una SuperLega esiste già nel basket (NBA) e nel calcio con la MLS: sistemi chiusi che non prevedono retrocessioni e promozioni, se non deliberate dai partecipanti stessi. Un format non ripreso integralmente, con 5 club che vi parteciperebbero in base ai risultati sportivi, mentre gli altri 15 “club fondatori” avrebbero la loro partecipazione garantita.

Una riforma dettata dall’interesse economico e dalla volontà di incrementare il numero di spettatori: non più (o almeno, non soltanto) da un punto di vista del botteghino, bensì da un punto di vista televisivo con la gara di acquisizione dei diritti tv che ricoprirebbe un ruolo fondamentale, in quanto verrebbero ripartiti in maniera superiore alle squadre partecipanti. Nell’idea di base si avrebbe una qualità incrementata, con maggiori introiti di conseguenza visti i tanti big-match (che rimpiazzerebbero, ad esempio, i Juventus-Ferencavaros o i PSG-Basaksehir), da ripartire a meno squadre partecipanti rispetto alle 32 che ad oggi prendono parte all’odierna formula: altra analogia rispetto al passato dove il numero delle squadre era stato praticamente ridotto ad un terzo.

Altre due similitudini possiamo riscontrarle nella decisione da parte dell’UEFA di incrementare il numero di squadre (così come accadde con la F.I.G.C. all’epoca) che prenderanno parte alle prossime edizioni Champions League (da 32 a 36 a partire dal 2024), dall’altra quella dei club fondatori di optare per un netto di optare per un ridimensionamento del numero di squadre per preservare il discorso qualitativo.

Seppur non sia stato ufficialmente presentato all’Uefa un progetto di SuperLega in passato, era chiara la posizione assunta dai vertici, ossia quella di conservare il principio della meritocrazia, criterio che inizialmente mancò anche con il Progetto Pozzo dove le 24 squadre non furono scelte per meriti di classifica, ma di blasone.

L’auspicio è che possa essere trovato un accordo a metà strada: maggiori barriere all’entrata in Champions League, con un ulteriore turno preliminare, potrebbe essere una soluzione in grado di trasformarla in una una competizione maggiormente competitiva fin dall’inizio, rispettando tutti i canoni del merito sportivo e consentendo ai tifosi di ogni squadra di poter sognare un giorno alla vittoria del più prestigioso torneo europeo, replicando quanto accaduto in passato ad Ajax (4), Benfica (2), Nottingham Forest (2), Porto (2), Amburgo, Celtic, Olympique Marsiglia, Steaua Bucarest, Aston Villa, Feyenoord, PSV e Stella Rossa. Anche perché sarebbe un gran peccato vedere Bayern Monaco e PSG non poter competere nella stessa competizione di Liverpool e Real Madrid…

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Classe '97, studente di Economia. Amante del calcio e delle sue sfaccettature a tutto tondo.

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