22 maggio 2022. Il Milan è Campione d’Italia. Un attesa lunga 11 interminabili anni, fatti per la maggior parte da delusioni, allenatori, blocchi finanziari e cantieri aperti. Un 3-0 come ultima bellezza di una stagione monumentale, contro un Sassuolo che negli ultimi anni è sempre stato cliente scomodo dei rossoneri. Un campionato iniziato e chiuso al meglio, con qualche scivolone che, piaccia o meno, fa parte del gioco.

Dopo l’arrivo di Pioli il Milan ha intrapreso un percorso verso la completa maturità lungo e tortuoso, che oggi possiamo dire essere arrivato al primo importante checkpoint, ma sicuramente ancora lontano dal termine.

Il Milan tocca il fondo

22 dicembre 2019. Citare questa data è quantomeno doveroso. Un aggettivo per descriverla? Pesante, dannatamente pesante. Come il punteggio inflitto a tutto il popolo rossonero in quel freddo pomeriggio bergamasco e come il Natale passato pochi giorni dopo. Un 5-0 scandito da delusione e rammarico da parte di una squadra che da anni non riusciva più a far valere la propria nomea.

Una tifoseria affranta, impietrita davanti la disfatta dei loro uomini, che nonostante la manita subita ha continuato, incurante del dolore, a cantare braccia al cielo l’inno all’amore per i colori rossoneri. Questo risultato disastroso ha coinciso con l’arrivo di Stefano Pioli, che dopo poche settimane si è subito il fardello della disfatta di Bergamo, anche se le colpe da attribuirgli in quell’occasione rasentano lo zero.

Uno dei destinati ad essere traghettatori, che avrebbe avuto il compito di tirare il “carretto Milan” fino a fine stagione. Uno dei tanti, insomma. Un normal one per terminare un’altra stagione deludente, da soli spettatori per i primi posti. Poi, a fine anno, altro allenatore, altra corsa, altro progetto.

Bergamo avrebbe potuto più di tutti causare crepe all’interno del gruppo, ed invece, a conti fatti, è stato proprio il collante essenziale della rinascita del Milan. Toccato il fondo, puoi solo risalire. Cosi è stato, e con la ferita ancora aperta il Diavolo non si è lasciato sconfiggere dal rammarico, ma ha sfruttato il dolore come arma principale per rimettersi in carreggiata ed iniziare il suo cammino dirompente.

Pioli e Ibra: missione riportare il Milan in alto

Qualificazione in Europa al primo anno, qualificazione in Champions League dopo 7 anni alla seconda stagione e Scudetto dopo 11. La triade perfetta per un allenatore sempre passato unicamente come nome e cognome, senza che venisse esaltato per le doti puramente umane o tattiche. Un nominativo che, non appena imboccata l’uscita in autostrada direziona Casa Milan, si trovava già inondato da notifiche con #PioliOut di tifosi delusi per il mancato arrivo di Spalletti.

L’uomo chiamato sempre “al posto di“, mai stato una prima scelta, per timore di dare fiducia ad un allenatore senza coppe in bacheca. L’occhio a lungo termine di Maldini però, che di allenatori vincenti ne sa qualcosa, ha visto in Stefano Pioli la figura perfetta per la redenzione completa.

Spinto anche da moventi prettamente personali, è riuscito a guadagnarsi l’amore di una tifoseria che, dopo anni di figure instabili su panchine ancor più traballanti e con idee di gioco che cozzavano tremendamente con il DNA Milan, ha trovato nell’allenatore emiliano una figura di riferimento.

Questo ovviamente, per quanto concerne la panchina. Perché sul prato verde di San Siro, l’uomo che più ha avuto il compito di tirare le orecchie ai numerosi giovani e di parafrasare – alla sua maniera – l’idea di ordine tattico di Pioli è stato Zlatan Ibrahimovic.

Chi se non lui? Leggenda senza tempo che già nel 2011 aveva portato il Milan sul tetto d’Italia, ed 11 anni dopo ha rifatto lo stesso, senza deludere le aspettative. Con il suo carisma incontrastabile e quella sfacciataggine da leader che può diventare molte volte anche un motivo di contrasto, è riuscito ad utilizzare in maniera impeccabile le “cattive maniere“, tornate più che mai utili per rialzare il suo Milan.

Il tecnico e lo svedese hanno dimostrato di parlare la stessa lingua calcistica, con modi differenti è ovvio, ma pur sempre la solita. Lo disse, lo promise, ed è stato di parola. “I Said, I Did” come scrive sul suo tweet mentre bacia quella coppa tornata tra le sue potenti braccia.

Veni, Vidi, Vici. Chapeau, Zlatan.

L’importanza del gruppo e non del singolo

Poi però, arriva il momento della pratica. Alle idee, al carisma del campione, alla sfrontatezza dei giovani, alla società competente bisogna saper trovare i giusti ingranaggi per far girare le lancette. Formare un gruppo che possa contare l’uno sull’altro, nel bene e nel male. Tra i tanti volti promettenti e quelli più esperti quali Ibra, Kjaer e l’ultimo arrivato Giroud, i rossoneri hanno plasmato il giusto mix tra frizzantezza giovanile ed esperienza di successi, formando un gruppo coeso e inscindibile, che è riuscito a superare ogni tipo di ostacolo, mettendo sempre la squadra al primo posto. Letteralmente.

Lo dice Brahim Diaz, partito come protagonista assoluto del reparto avanzato rossonero e finito in panchina per le battute finali di campionato, con alcune partite senza neanche entrare. Lo spagnolo non ha mai detto una parola fuori posto, dimostrandosi a pieno servizio dei suoi compagni.

Lo dice lo stesso Ibra, che causa problemi fisici è stato impiegato poco anche quando sembrava che potesse stare meglio. Si sa che decidere di far sedere in panchina uno con la sua personalità è sempre un bel rischio, ma lo svedese si è dimostrato esempio non solo nell’accettare la scelta ma anche nel farsi vedere come primo supporter da bordo campo.

Lo dice Romagnoli, che dopo 7 anni passati al centro della difesa, si è visto scavalcare nelle gerarchie dalla crescita incontrollabile di Kalulu, condividendo in pieno la scelta.

Lo dice Giroud, arrivato al primo anno in Serie A da Campione d’Europa tra i vari mugugni e malcontenti legati all’età, ma nonostante ciò è riuscito a rompere ogni maledizione, mettendo sempre lo zampino nelle partite importanti.

Lo dicono tutti, che il Milan è riuscito in qualcosa di impensabile. Proprio da quel 5 febbraio 2022, durante il primo tempo del derby si trovava a -7 dalla vetta, e già ci si cominciava ad interrogare se davvero questa squadra potesse ambire al primato. Ma il non mollare mai impresso nelle menti dei ragazzi di Pioli, hanno fatto si che quell’Inter-Milan venisse ribaltato, cosi da rimanere sul binario giusto senza deragliare fino a fine campionato, arrivando al capolinea prima di tutti.

Dal Sassuolo al Sassuolo

Ancora al Mapei Stadium, ancora a Reggio Emilia Pioli si è visto concretizzare il grande lavoro fatto, con il raggiungimento di un grande traguardo.
Per il condottiero del Diavolo questo stadio significa molto. Sia per un motivo personale, essendo parmense giocare contro i neroverdi suscita sempre un clima derby particolare. Sia per la sua recente storia al Milan, essendo campo di conferme importanti.
Due stagioni fa infatti, in un Sassuolo-Milan i rossoneri avevano fatto bottino pieno grazie alla doppietta di Ibra, e poco dopo il fischio finale veniva confermata la piena fiducia in panchina di Pioli, nonostante l’affare Ragnick fosse alle battute finali. Una conferma che ha voluto dire molto per l’allenatore, che finalmente si è trovato in un ambiente in cui è stato apprezzato il lavoro umano fatto sui propri giocatori, prima che tecnico.
Da qui poi, si arriva al 22 maggio 2022. Stesso stadio, ma traguardo ben più grande. Il Milan dopo un campionato condotto per la maggior parte del tempo in prima posizione, all’ultima curva tiene in scia l’Inter e taglia il traguardo del primato, con il netto 3-0 inflitto proprio ai neroverdi.
La Milano rossonera dopo anni di interminabili closing, proprietà virtuali, tradimenti e delusioni, è tornata sul tetto d’Italia.

Questo però è solo il punto di partenza. Lo sanno Maldini e Massara, lo sa Pioli e lo sanno i giocatori, ma adesso è il momento del meritato successo, con ago e filo per cucire il tricolore sulla nuova maglia ed iniziando già il countdown per il prossimo campionato.

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