Ranking Uefa: Italia davanti all’Inghilterra, il problema sono gli italiani?

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Dopo anni piuttosto magri rispetto a classifiche e calcoli di ogni tipo, il calcio italiano sembra aver finalmente cominciato a vedere la luce in fondo al tunnel: le vittorie delle quattro italiane nell’ultimo turno di Champions League, ci hanno permesso di raggiungere la seconda posizione nel ranking Uefa, davanti all’Inghilterra ed alle spalle dell’irraggiungibile Spagna, ormai da anni leader incontrastata del calcio europeo sia a livello di nazionali che di club.

Il risultato ottenuto tuttavia appare in antitesi rispetto al periodo cupo che sta attraversando il nostro movimento, escluso dalla recente competizione iridata in Russia a causa dell’eliminazione maturata nei play-off con la Svezia lo scorso dicembre. Da quel momento in poi, il calcio italiano sembra, ancora una volta nella sua storia, essere finito nel baratro, incapace di risollevare la china e di ritornare ad essere la superpotenza che per decenni ha dominato a livello mondiale; a peggiorare il quadro ha contribuito anche il caso ripescaggi scoppiato in cadetteria e Lega Pro nel corso dell’estate, e che ha tenuto banco fino a qualche giorno fa.

La conquista del secondo posto nel Ranking Uefa quindi, non può essere un buon motivo per adagiarsi sugli allori; pare opportuno invece cogliere l’occasione per individuare i problemi che a partire da Calciopoli, un vero e proprio punto di non ritorno, hanno frenato lo sviluppo del calcio tricolore negli ultimi anni.

  • SETTORI GIOVANILI E I CENTRI FEDERALI TERRITORIALI: il tentativo di Carlo Tavecchio di investire nella creazione di appositi centri gestiti dalla FIGC è sicuramente apprezzabile, ma la manovra economica che ne ha portato la nascita non può essere minimamente paragonata con quella attuata in Germania, paese principe in questo campo: per il progetto la federcalcio tedesca ha infatti investito ben 300 milioni in 15 anni, una cifra di gran lunga superiore rispetto ai nove milioni annui stanziati dall’ex presidente della massima organizzazione calcistica italiana.
  • L’OSSESSIONE PER LA TATTICA: la nostra scuola di allenatori, nonostante sia tra le più rinomate e prestigiose in circolazione, in molti casi non ha permesso a molti talenti autoctoni di compiere il definitivo salto di qualità per poter incidere anche nei palcoscenici più prestigiosi, a causa di un’attenzione quasi maniacale per i dettagli tattici. Su questi ultimi i tecnici italiani hanno maggiormente concentrato il proprio lavoro negli ultimi anni, non puntando invece  all’esaltazione della tecnica e del gioco, che se ben coltivate potrebbero permettere alle giovani leve di potersi esprimere con più libertà e spensieratezza. Sull’argomento si è espresso anche Massimiliano Allegri, più volte accusato di non dare un’identità precisa alle proprie squadre: il tecnico bianconero ha risposto a questa critica affermando come a fare la differenza per competere ad alti livelli sia più importante puntare sull’esaltazione delle capacità dei singoli piuttosto che su schemi e sistemi troppo rigidi.
  • IL TIPICO CLIENTELISMO ALL’ITALIANA: triste da dire, ma in molte realtà calcistiche italiane vige da decenni la legge del clientelismo: è risaputo che molto spesso nei settori giovanili le conoscenze e rapporti privilegiati con i membri delle diverse società, porti le stesse a scartare ragazzi meritevoli. L’accusa non è ovviamente rivolta all’intero movimento, ma balzano molto spesso alla cronaca episodi di questo tipo, rallentando inevitabilmente la crescita del nostro movimento.
  • I CONTINUI SCANDALI GIUDIZIARI: è ormai da decenni che il nostro calcio viene martoriato da eventi come Calciopoli e Scommessopoli, due vere catastrofe per i danni che hanno arrecato. Vi è inoltre da aggiungere come numerose società professionistiche negli ultimi anni sia improvvisamente scomparse per dissesti economici, ostacolando in questo modo (un esempio lampante è la triste vicenda riguardante l’Entella) lo sviluppo di serie come Lega Pro, Serie B e Serie D, che dovrebbero costituire bacino da cui attingere giocatori pronti al salto in massima serie per i club più importanti del nostro paese, ma che per i motivi citati non riescono ad essere campionati appetibili, finendo quindi per essere snobbati categoricamente.

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