PSG, Buffon: “Potrei smettere tra sei anni, un anno, dieci, non voglio chiedermelo”

Buffon

Gianluigi Buffon, portiere del PSG, ex storico estremo difensore della Juventus, ha rilasciato quest’oggi una lunga intervista al quotidiano francese L’Equipe.

Queste le sue parole riportate dalla Gazzetta dello Sport: “Sono stato uno dei primi a voler giocare con la maglia della squadra, quando giocavamo in casa indossavo la seconda maglia, in trasferta la prima. Era il mio modo di dimostrare che volevo far parte della squadra.

Non ho mai desiderato essere alla moda mi piace solo avere il mio stile e stare bene con ciò che indosso. Sono ancora un calciatore e vivo in mezzo ai miei colleghi, mi piace essere sportivo ma ho anche dei figli, ho 40 anni e non posso vestirmi come i miei compagni di squadra o come un ventenne. Preferisco non essere alla moda, ma elegante.

Negli ultimi dieci anni ne ho prese tante sono diventato capitano della Nazionale e della Juventus, avevo tante responsabilità nei confronti del gruppo, ma è una normale evoluzione di una carriera tra i 30 e i 40 anni. Quando ero giovane, era diverso, facevo quello che volevo, era più bello e più facile, ma se ti comporti a 40 anni come facevi a 20 allora vuol dire che hai un problema”

Sul suo applauso in risposta ai fischi dei tifosi italiani al momento della Marsigliese, in occasione di un match tra Italia e Francia: “Nulla di calcolato, non l’ho mai fatto e per questo a volte ho avuto dei problemi. Ma era quello che sentivo, bisognava fare qualcosa per rispetto della Francia e dei francesi, ma anche per difendere la mia Italia, per far capire che il mio Paese non era quel popolo che fischiava.

Conosco la storia della mia nazione, so che gli italiani hanno grandi valori, molti, come mio nonno durante la prima guerra mondiale, sono morti per difendere l’Italia”.

Sul suo anno in B con la maglia della Juventus: “Nel calcio la lealtà ti consente di inviare un messaggio all’esterno, puoi dire ai tifosi che anche nei momenti difficili tu ci sei. Giochiamo per gloria, soldi, titoli, per molte cose, ma giochiamo anche per questo sentimento di appartenenza che abbiamo.

È una professione particolare e difficile da capire la nostra, io non posso giudicare un ingegnere nucleare perché non conosco quella materia, ma capisco che il calcio è uno sport molto popolare e come giocatori accettiamo le critiche, possiamo non gradirle ma le accettiamo.

Siamo vulnerabili, c’è chi non capisce e influenza l’opinione pubblica, molti non capiscono che certe cose non si vedono, che a volte parlare al momento giusto con un compagno di squadra, o dare il suggerimento giusto a un difensore ti permette di non prendere gol e magari di fare risultato. Lo capiscono solo i tuoi compagni perché non c’è nulla di spettacolare ma è qualcosa di importante”.

Sul suo futuro: “Ho imparato negli ultimi anni che sarebbe stato un errore fissare un limite. A 32 anni pensavo di smettere a 35 anni, poi le circostanze mi hanno portato a continuare e mi sono detto che mi sarei fermato a 38, poi sono arrivato a 40 e sono ancora qui.

Potrei smettere tra sei mesi, un anno, dieci, non voglio chiedermelo, non voglio saperlo. Sono sicuro che le emozioni, la vita dello spogliatoio e tutto il resto non c’è altro che potrà darmelo. La vita è fatta di diverse fasi, bisogna accettarlo, quanto tutto finirà non resterò sorpreso, so che tutto sarà completamente diverso da quello che è stato finora”.

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Due cose ha in comune con Buffon: la data di nascita e la passione per il calcio. Da sempre tifoso del Milan, è un amante del calcio anni '60: a volte intervista Di Stefano e Pelé, poi si sveglia.