In base a quanto emerso di recente, il Milan avrebbe deciso di confermare ugualmente Stefano Pioli per la prossima stagione, ciò a prescindere dalla sua qualificazione o meno in Champions League. Perdere la corsa per rientrare nel massimo campionato europeo dopo esser stati campioni d’inverno vorrebbe dire raggiungere un record negativo unico nel suo genere. Gli ultimi risultati dei rossoneri, inoltre, hanno distrutto l’entusiasmo dei tifosi rossoneri che, dopo anni di purgatorio tra Europa League e limiti derivanti dal Fair Play Finanziario, sognavano finalmente di tornare in quella competizione che aveva reso grande il Milan nel mondo.

Pioli, dopo la scellerata gestione Giampaolo, aveva portato ordine in una squadra stravolta da idee troppo ortodosse e per cui serviva un tempo troppo lungo, un tempo che una società come il Milan non poteva (e non può) permettersi di aspettare). Tra lo stop causato dalla pandemia globale e il ritorno di Zlatan Ibrahimovic in rossonero, il Diavolo aveva poi raggiunto un exploit tale da portarlo a collezionare nel 2020 zero sconfitte in campionato ed una sola in Europa League (3 a 0 contro il Lille). Raggiunto il 2021, il magic moment – com’era prevedibile – è andato poi a scemare.

Il crollo verticale del Milan

C’è però differenza tra un calo fisiologico ed un crollo verticale. Alcuni avevano parlato – in tempi non sospetti – di quest’ultimo fenomeno in relazione alle squadre che in passato aveva allenato Stefano Pioli, come Lazio e Fiorentina. Molti avevano dato per superato il limite dell’allenatore rossonero, ma attualmente così non sembra. Ad illudere ulteriormente i tifosi c’avevano pensato anche i titoli che sono fioccati sul mercato invernale rossonero, rivelatosi poi per 2/3 fallimentare: difatti, solo Tomori si salva. Manduzkic e Meite, chi per reiterate assenze, chi per prestazioni al di sotto della sufficienza, non si stanno rivelando meritevoli di rinnovo. I più accorti avevano scelto di restare con i piedi per terra, evitando di parlare di scudetto, ma limitandosi a tifare per il vero obiettivo del Milan: la qualificazione in Champions.

La colpa di questo calo comunque non è (solamente) del mercato invernale. Già nel girone di andata una squadra dilaniata dagli infortuni, orfana di Ibrahimovic, aveva dimostrato di saper dire la sua e di mantenere una media goal elevata. Com’è possibile che adesso la stessa squadra non riesca più a vincere e convincere? Con le recenti prestazioni, il Milan sta gettando alle ortiche un girone d’andata magistrale. Grazie alle recenti sconfitte contro Sassuolo e Lazio (1 goal fatti, 5 subiti), il Diavolo è adesso quinto a 66 punti (a parità con Juventus e Napoli, rispettivamente quarta e terza per la classifica avulsa). Ad occupare la vecchia posizione dei rossoneri è l’Atalanta di Gasperini, con 68 punti.

Il cambio d’identità del Milan

Sembra che Stefano Pioli abbia perso completamente il controllo della squadra. Il Milan non è più una squadra che gioca un calcio fluido, basato sulla costruzione non frenetica dell’azione. Le catene di destra e di sinistra (Theo – Rebic, Calabria – Salamaekers) ormai arrancano a fatica e Calhanolgu, fulcro della fase offensiva dei rossoneri, sembra essere tornato quello vistosi pre – pandemia. Pochi si salvano (Donnarumma, Kjaer, Kessie). La squadra è innegabilmente confusa. Le speranze adesso sono tornate tutte nella giocata vincente di Ibra (quando c’è). Un giocatore di 39 anni, però, non può essere la colonna portate di una squadre che vuole tornare in Champions.

Gli uomini di Pioli, adesso, se riescono a siglare l’1 a 0, non riescono poi a raddoppiare. Dunque, si decide di ripiegare sulla difesa, soluzione spesso infelice in questi casi. Senza attaccare, prima o poi si il goal avversario arriva: sembrerà tautologico, ma è così. Il manifesto del “nuovo” Milan sono i cambi che Pioli ha scelto di operare al 73′ – 74′ di Milan – Sassuolo: Krunic per Calhanolgu e Rebic e Manduzkic. Scelte inspiegabili, Pioli sembrerebbe aver optato proprio per la difensiva contro una squadra che gioca un calcio avvolgente, capace di pungere in ogni momento. Inoltre, ha scelto di togliere dal campo l’unico uomo capace di rendersi pericoloso in fase offensiva (Rebic ndr), per far restare in campo un affatto irresistibile e per nulla pericoloso Leao.

Prima si poteva addossare eventuali passi indietro ai tanti infortuni muscolari, frutto di una preparazione atletica necessariamente anticipata a causa del preliminare di EL. Adesso non ci sono più attenuanti.

Cosa serve adesso a Pioli per salvare la stagione del Milan?

I tempi di Pioli’s on fire, dei paragoni con Inter e Juventus, sono finiti. Al Milan serve fare quell’ultimo sforzo necessario per ottenere almeno il quarto posto. Non qualificarsi in Champions vorrebbe dire dover vendere alcuni dei pezzi più pregiati, ripartire da zero. Quale potrebbe essere dunque la soluzione? Cambiare il 4-2-3-1 che fino ad ora aveva reso potrebbe essere troppo azzardato, ma in caso di assenza di Ibra appare forse l’unica via percorribile, considerando l’inadeguatezza di Leao fare la punta e l’ormai acclarato flop di Mandzukic come vice (la n. 9 ha colpito ancora?).

Il problema, comunque, più che fisico sembra mentale. Qui, però, si può suggerire ben poco. Starà a Pioli cercare di risollevare lo spogliatoio. Con l’effetto Ibra ormai scemato, l’allenatore del Milan ha due vie: o superare una volta per tutte il suo limite del calo al secondo anno o arrendersi a questo etichetta.

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Giornalista pubblicista dal 2017, tifoso del Milan dal 1996. Nato a Catania, studia giurisprudenza e ama scrivere di calcio ed attualità. Ha pubblicato un libro dal titolo "CircoStanze" con la casa editrice "Prova d'Autore".

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