Se sei argentino, certe cose le sai, il calcio lo respiri fino dalla nascita, lo hai nel sangue. Se poi ti chiami Paulo e di cognome fai Dybala, allora probabilmente sei anche un predestinato, perché alla tua prima stagione da professionista, pagato con 4 mila pesos (900 euro), minimo salariale, segni 17 gol, 2 triplette e giochi tutte le partite senza mai essere sostituito, allora sei degno del soprannome “La Joya“, che in argentino significa “Il Gioiello“.

E poi sei anche la persona giusta al momento giusto, perché alla 10 bianconera, che è stata indossata solo dai più grandi che hanno militato nella Juve, serviva proprio un diamante per essere riesumata dopo il lungo regno di Re Del Piero, e la parentesi Pogba. Del resto, da quando è arrivato i numeri sono stati 2, e sono stati i più importanti della storia juventina : 21 e 10.

Dybala, infatti, in campo è un campione fino dagli albori del suo arrivo in Italia, alle dipendenze di Zamparini e del suo Palermo, dove con le sue giocate è capace di mettersi addosso gli occhi di tutti e di reggere la pressione come un vero campione. Gattuso dirà di lui: “È un giocatore che è due pagine avanti nel manuale del calcio“, perché Dybala non è mai stato un giocatore normale, ne in campo ne fuori.

Perdere il padre a 15 anni lo ha fatto crescere di colpo, costretto a vivere nella pensione del club argentino per cui giocava, l’Instituto. Studiava e giocava, organizzando il suo tempo alla perfezione, dando dimostrazione di grande carattere e conquistandosi il soprannome di “pibe de la pensiónSoprannome, questo, destinato a scomparire nella memoria di qualche libro biografico, ma quello che non è scomparso è l’integrità, la morale e la rettitudine di un ragazzo con sani principi, come l’appartenenza alla sua terra e l’amore per la famiglia. Proprio come quando Antonio Conte lo chiamò a giocare per la nazionale italiana, e si sentì rispondere: “Non potrei difendere i colori di un altro Paese come se fossero i miei, preferisco aspettare una chiamata dell’Argentina”. 

Dybala non è cambiato, Dybala non è arrivato, sono semplicemente le cose che sono cambiate, sono semplicemente le cose che sono arrivate a lui, con la sua, disarmante, semplicità. È quasi come una questione di riconoscenza intrinseca nel mondo esterno, è come se “Il Gioiello” avesse sempre aspettato un qualcosa che sapeva dovesse arrivare. Dybala è la 10 della Juve, tanto quanto la 10 della Juve è Dybala, proprio come lo era con Del Piero, o come lo era Baggio. Giocatori straordinari, che non avevano bisogno di passerelle. Erano le passerelle ad aver bisogno di loro.

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Nato nel 96' nella città "Superba per uomini e per mura" il destino mi ha concesso di innamorarmi del calcio, e quindi del Genoa. Grande appassionato di sport in generale, studio Giurisprudenza all'università di Genova e provo a raccontare il calcio, una parola alla volta, un'emozione dopo l'altra.

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