Futbol de los Narcos – Omicidio per un autogoal: la verità su Escobar 24 anni dopo

Andres Escobar, omicidio per un autogoal, la verità 24 anni dopo
Andres Escobar, omicidio per un autogoal, la verità 24 anni dopo

Juan Santiago Gallon Henao, il mandate dell’omicidio di Andres Escobar è stato arrestato. 24 anni dopo. Omicidio per un autogoal, ma che storia è?

Quando in Colombia si sente il cognome Escobar due persone vengono alla mente, uno è Pablo Escobar il più grande narcotrafficante della storia del nostro pianeta, mentre il secondo è Andres Escobar un giocatore che perse la vita per una gara storta. Avete presente come accade un autogol? Una giocata atta a salvare il tutto finisce nel peggiore dei modi, una gamba scoordinata spedisce una palla in fondo alla propria rete. Questo è quello che accadde ad Andres Escobar, uno che però non ha potuto riscattarsi la gara dopo.

Il giorno è il 22 giugno del 1994, i mondiali negli Usa sono in pieno corso, al primo turno la Colombia ha una gara decisiva proprio contro gli americani ospitanti, non serve una cultura così ampia per sapere che gli americani non sono così amati in Colombia, ancor peggio se si parla di narcotrafficanti, coloro che si sono battuti per evitare l’estradizione da parte degli Usa. Tornando al pallone, mentre il risultato è fissato sull’uno zero per gli americani, Andres Escobar con un gesto scoordinato spedisce la palla in fondo alla propria rete. Qui il video dell’autogol preso da Youtube.

Quel gol costa caro ai colombiani, 2-1 e la selezione torna a casa. Un torneo che era già partito male, se si pensa che Higuita il miglior portiere della storia colombiana non partì a causa di una condanna di sette mesi da trascorrere in carcere, fece da intermediario in un sequestro di persona, mentre il centrocampista Jaramillo dopo la prima sconfitta con la Romania ricevette minacce di morte e si rifiutò di scendere in campo. In qualsiasi altro paese sarebbero volanti insulti, fischi al ritorno ma non quello che accadde al povero Escobar. Il sette giorni dopo il ragazzo rientra nel paese.

Mentre il paese cercava di perdonarlo, qualcuno gli chiese autografi al suo ritorno, lui raccontava l’accaduto al Mondiale e progettava il suo matrimonio che sarebbe avvenuto a meno di un mese da quel giorno. Escobar si stava tranquillizzando tanto che tornò a frequentare la movida di Medellin, solo che qualcosa doveva andare di nuovo storto. Si sa in Colombia, il paese dove è stato inventato il realismo magico, accade l’incredibile (parafrasando Narcos). Moltissime versioni sono fuoriuscite su quello che andremo a raccontarvi qui di seguito.

Il difensore autore dell’autogol si reca in un locale insieme a degli amici d’infanzia, li la gente lo riconosce e lo acclama, passa una serata serena e tutto sembra tornato alla calma, nei giorni prima il giocatore aveva sofferto e si era disperato tanto racconta la moglie, ma poi nel parcheggio avviene la tragedia. Degli uomini a bordo di una jeep nera lo avvicinano, gli urlano grazie per l’autogol e gli sparano diversi colpi, Andres Escobar viene ucciso, Andres Escobar viene ucciso per un autogol che avrebbe potuto fare chiunque, una vera tragedia surreale.

L’omicidio fu commissionato dai fratelli Ochoa, parte del cartello di Medellin, ed eseguito da Humberto Munoz Castro, ex guardia giurata. Queste erano le voci che circolavano all’epoca. Sei colpi di pistola al povero Escobar, Castro confessò l’omicidio e fu condannato a 43 anni di carcere, ma nel 2005 sarà già rilasciato mentre la povera Pamela Casals non rivedrà più l’uomo che a breve sarebbe diventato suo marito.  Fuoriuscì anche la notizia che oltre all’onore del paese, la prima motivazione per l’assassinio era la perdita di grosse somme scommesse sulla Colombia.

Andres Escobar, omicidio per un autogoal, la verità 24 anni dopo
Andres Escobar, omicidio per un autogoal, la verità 24 anni dopo

Il funerale fu celebrato come quello di un eroe di stato, 120mila persone e tanto di presidente Gaviria, allora presidente colombiano al seguito. La maglia numero 2 di Escobar in nazionale non venne più presa da nessuno, fino all’arrivo di Ivan Cordoba stimatissimo dai tifosi della Tricolor prima come uomo e poi come calciatore.

Tornando ai narcos per un ”Escobar buono” morto difendendo sul campo la patria, c’è un Escobar che stava dalla parte dei narcos o meglio il re dei narcos…
Nel corso degli anni ’80 e ’90 del 1900 in Sud America, nella fattispecie in Colombia, si sviluppa in maniera incalcolabile il traffico di cocaina. A gestire, organizzare e ricavare da questo è, soprattutto, tale Pablo Emilio Escobar Gaviria. Nato a Rionegro, il ridefinito “Re della Cocaina” divenne, nel corso dei suoi quarantaquattro anni di vita, il più noto trafficante di droga del mondo. Le sue attività criminali gli permisero di accumulare un patrimonio netto che nei primi anni novanta era stimato tra i 30 e i 50 miliardi di dollari.

A capo dell’organizzazione nota come Cartello di Medellin, arrivò a controllare l’80% del traffico di cocaina attivo nell’intero continentale americano. Pablo Escobar, come altri narcotrafficanti, si ritrova con così tanti soldi da non sapere come spenderli e, forse più importante, come riciclarli. Allora inizia un processo di investimenti in costruzioni di scuole, ospedali, campi di calcio, tutti nei quartieri più poveri di Medellin. In particolare, il futbol è una delle più grandi passioni di Escobar.

Per questo, come altri narcos, Escobar decide di investire nel calcio. Questo porta a uno sviluppo impressionante del movimento calcistico colombiano, sia a livello di club, con l’arrivo di grandi giocatori dall’estero, sia a livello di nazionale, dando così vita al narcofutbol.

Pablo Escobar diventa il presidente dell’Atletico Nacional de Medellin, che nel giro di poco diventa il club principale in Colombia: nel 1989 diventa il primo club colombiano a vincere la Copa Libertadores, e pochi mesi più tardi contende la Coppa Intercontinentale con il Milan degli olandesi di Arrigo Sacchi fino ai supplementari, quando a decidere il match è una punizione di Evani. Ben presto i Los Verdolagas diventano anche la colonna portante della selezione dei cafeteros. Fra gli undici titolari, campioni assoluti come il carismatico, quanto discusso ed eccentrico, portiere Rene Higuita, e il difensore Andrès Escobar, uno dei migliori centrali difensivi della storia del calcio sudamericano, oltre a Tonino Asprilla, visto anche in Italia con la maglia del Parma.

Ben presto, però, iniziarono a esserci episodi estremamente negativi, dovuti principalmente alla natura dei Narcos. Uno dei primi fu a seguito di un match giocato tra il Deportivo Independiente Medellín, uno dei club sotto il controllo del Patron, e l’América de Cali, comandato da Miguel El Senor Rodriguez Orejuela, co-fondatore insieme al fratello Gilberto del Cartello di Cali, diretto rivale nel traffico di droga del Cartello di Medellin di Escobar. In sintesi, Pablo non fu per nulla soddisfatto dell’operato dell’arbitro durante la partita.

Jairo Velasquez Vasquez, soprannominato Braccio di Ferro, sgherro del Patron con all’attivo più di duecento omicidi, più avanti disse: «L’arbitro ci rubò apertamente il match. El Patron a fine match ci disse di trovarlo ed ucciderlo». Il direttore di gara in questione era Alvaro Ortega che, come potrete immaginare, venne assassinato pochi giorni più tardi. Questo è solo uno dei, purtroppo, numerosi omicidi di arbitri.

Pablo Escobar, come precedentemente detto, non fu l’unico narcotrafficante a entrare nel mondo del calcio. Oltre ai già citati fratelli Rodriguez Orejuela, un’importante impronta fu lasciata anche da José Gonzalo Rodriguez Gacha, detto El Mexicano, boss del Cartello di Medellin insieme ai fratelli Ochoa e Escobar. In particolare, era il capo dell’ala militare del Cartello o, meglio, il suo “ministro della guerra”.

Proprietario di decine di tenute agricole, appartamenti, macchine di lusso, con il suo stratosferico patrimonio consistente anche in lingotti d’oro, borse piene di dollari e smeraldi e almeno 200 cavalli purosangue, Gacha divenne proprietario del Millonarios Fútbol Club, società con sede a Bogotà. Sotto la sua presidenza, Los Embajadores conquistarono due campionati consecutivi, nel 1987 e nel 1988. Sono gli stessi Millonarios che, forse, danno la prima grande risposta contro il narcotraffico di fine ‘900, avanzando, nel 2012, la proposta di rinunciare ai due titoli vinti grazie ai narcodollari di Gacha.

Lasciando il mondo del calcio per un secondo… un pensiero va alla Colombia come nazione, dalla morte di Escobar nel 1993, morte che ha segnato la fine della più grande guerra di bande di narcotrafficanti, la Colombia ha impiegato ben 10 anni per tornare alla normalità e ricostruire gran parte di Medellin: VIVA COLOMBIA!

Articolo scritto a quattro mani da Marco Razzini e Pasquale Rosolino.

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Pasquale Rosolino, 92 d'annata. Editore di Novantesimo.com. Troppo malato di calcio, se non sto scrivendo ne sto parlando e se non ne sto parlando? Sto sognando! Editor per Visit Naples.

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