Intervenuto in modo sostanzioso all’Associazione stampa estera, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis ha rilasciato alcune dichiarazioni, pubblicate poi integralmente dal club sul canale Youtube ufficiale, riguardanti il percorso intrapreso per rivalorizzare la società partenopea dopo i problemi di fine anni ’90, inizio anni 2000.
Il patron azzurro ha sottolineato il fatto che il club abbia disputato 13 anni di calcio nuovo, caratterizzati da successi all’interno delle regole imposte, permettendo di riqualificare una città distrutta da una gestione malata e dalla stampa internazionale.
Ecco le parole di De Laurentiis:

“Abbiamo assunto Serena Salvione con altri quattro elementi, proprio qui a Roma, per averla sempre sotto gli occhi, un’entità con 5 dirigenti che lavorano sul brand all’estero. Dopo 13 anni di Calcio Napoli nuovo, perché il club era morto, non esisteva più, lo chiamammo Napoli Soccer infatti per creare una distinzione, un nuovo viaggio, partendo dalla terza divisione. Non ereditammo nulla dal passato, se non la storia, perché non c’erano calciatori, nessun tipo di ricchezza, è stato come creare una cosa nuova. In 13 anni abbiamo fatto due anni in C, un anno in B e da otto anni è l’unico club italiano consecutivamente in Europa, rispettando il fair-play finanziario che non esisteva prima di Platini. Credo sia stato un percorso di successo, anche considerando che Juve, Inter e Milan hanno fatturati estremamente più alti mentre il Napoli è su una base di 140mln quando riusciamo a giocare in Europa. Il successo più importante è stato giocare sempre all’interno delle regole imposte, senza mai creare debiti, costruendo una valorizzazione del Napoli che ora ha un valore alto visto che non ha debiti. Al di là del parco giocatori, l’entità Calcio Napoli ha un suo valore economico, ma anche morale ed etico perché ha riqualificato un qualcosa in una città malata, distrutta da una gestione malata e da anche tanta stampa internazionale. Volendo si può lavorare con successo, se uno ha le idee chiare, la forza di non ascoltare la politica e la sfrontatezza di andare avanti con coraggio per la propria strada”.

C’è una prospettiva per lo stadio? “Servirebbe un ragionamento decennale, su come era la frequentazione dieci anni fa, diversa rispetto a quella di oggi perché non era sviluppato lo stadio virtuale, non così clamorosamente perché quando nel ’99 provai a comprare il Napoli, parlai di stadio virtuale e nessun giornalista riuscì a capire. Io venivo dal cinema, già sapevo della mondializzazione. Anche 5 anni dopo lo stesso, solo nel 2007 in Serie A lo stesso, ma lo spiegai, anche se non voglio fare il professore. Spiegai che le tv avrebbero trasportato gli umori dalle tribune alle case o in mobilità. Più andremo avanti e più avremo un dispositivo piegabile che ci farà vivere la partita. I ragazzini oggi hanno una capacità di essere attenti molto ridotta, la loro voracità su internet mobile è tale che sono meno riflessivi. Loro sono per scorrere, noi ancora per approfondire. Loro non è detto che avranno la capacità di assistere ad una partita di calcio per 90 minuti più l’intervallo. Loro vogliono avere subito i gol, poi mentre vedono quelli sono su altre squadre e campionati. La televisione ci fa vivere di sport, prima non vedevamo tutti i campionati. Si è passati dalla carta stampata a miliardi di immagini e decodifichiamo solo ciò che ci piace. Quando parliamo di stadio bisogna capire chi va allo stadio. Secondo un rapporto Nielsen i simpatizzanti del Napoli sono 120mln nel mondo mentre tifosi veri 35mln di cui 17 negli Usa”.

Possono 35mln di tifosi andare allo stadio? “E’ una perforabilità di 0,0001%, così come quando ci sono le contestazioni. Immaginate che nel 2004 ero a Los Angeles, da un film prodotto per 70mln di dollari, lascio Angelina Jolie, Gwineth Paltrow e Jude Law e durante una settimana di vacanza a Capri con De Vito, leggo che il Napoli non esisteva più ed in una settimana decido di cacciare 33mln per comprare una denominazione. Brand? Sì, ma non esisteva più.  Di una società che non ha vinto nulla, due Scudetti, ma che ha avuto la fortuna unica di avere il più grande di tutti, Maradona. Avendo messo 33mln per comprare la scritta ‘Napoli’, non sapevo dove avremmo giocato, mi dissero di C1 invece che C2, a Martina Franca a prendermi gli sputi in testa. In un’altra città mi volevano ammazzare, ci chiudemmo negli spogliatoi. Io non sapevo nulla, il 4-4-2 poteva essere come sedersi a tavola. Ero uno spettatore, ma che apprendeva, studiava. Se fossi stato un tifoso acceso dall’inizio, mi sarei fatto trascinare in una meno attenta visione dei fatti. Non reagisco mai ad esempio, mia moglie invece si dispera, anche essendo una ginevrina. Io sono impassibile, cerco di evitare anche di parlare nel post perché c’è il tifoso in te e dichiarazioni possono disturbare e voi giornalisti provate sempre ad accendere la miccia. Mi sono abituato a non passare più per la sala stampa, evitando di parlare da tifoso.

Futuro del calcio italiano? “Bisogna dare un calcio alla legge Melandri, senza aggiustarla. Lotti sta provando a modificare, ma è un grande errore, bisogna avere il coraggio di cancellare la legge del 1981, sostituendola con una più snella. Il ministro dello sport dovrebbe fare una legge innovativa, che privilegi il fatto di poter crescere economicamente per essere competitivi con la Premier, la Bundes, la Liga aumentando il fatturato. Andare a vedere come fanno le assegnazioni dei diritti tv in quei paesi e prendere il meglio”.

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