MARCO RAZZINI – Neymar e Mbappé, la morte del Fair Play Finanziario per mano del PSG

Marco Razzini

Era il lontano 2009 quando l’allora presidente UEFA Michel Platini annunciò il Fair Play Finanziario, che chiameremo più semplicemente FPF. Sostanzialmente, come spiegato testualmente dal sito ufficiale dell’UEFA, “Il fair play finanziario si propone di migliorare le condizioni finanziarie generali del calcio europeo“. Lo scopo principale di questa riforma era quella di impedire che i club spendessero più di quanto guadagnato, con lo scopo di raggiungere la parità di bilancio. Fino allo sviluppo dell’idea non c’è stato nessun dubbio, tutti contenti. Poi, però, se guardiamo alla realizzazione concreta della riforma, il sorriso e la contentezza si trasformano in uno sguardo perplesso, a tratti preoccupato.

Si perché da quando è entrato in vigore, dalla stagione 2011/2012, sono state elargite numerose sanzioni, numerose esclusioni dalle competizioni targate UEFA, tanti limiti alle spese nel mercato. Però oggi, 1° settembre 2017, la situazione è esattamente la stessa. L’unica differenza è che nel 2009 il Real Madrid pagava Cristiano Ronaldo 94 milioni, mentre nel 2017 il Paris Saint-Germain ha speso 222 milioni per Neymar, e nel 2018 dovrà spendere 180 milioni per Kylian Mbappé. Perché nel 2018? Un altro escamotage per tenere i conti più puliti, per quanto possibili. Infatti l’attaccante del Monaco si è unito al PSG in prestito, e verrà riscattato al termine della prossima stagione dai parigini per la cifra sopra menzionata.

Dunque, oggi, al termine del calciomercato, possiamo annunciare la “morte cerebrale” del FPF. Continuerà a esistere, ma solo perché tenuto in vita dai genitori, in questo caso l’UEFA, che ancora non riescono a dirgli addio. Il motivo di tutto ciò? Intuibile, il Paris Saint-Germain. Ovviamente i parigini non sono gli unici colpevoli, sono la classica goccia che fa traboccare il vaso. Questo perché nel corso degli anni ci sono state anche altre squadre che hanno aggirato beatamente il FPF, senza che l’UEFA potesse farci qualcosa.

I limiti e le falle di questo sistema sono state evidenti praticamente fin dalla sua nascita, e quando alcune squadre hanno capito come sfruttare queste mancanze, hanno iniziato a giovarne. L’esempio più classico è, come detto, il PSG, ma anche il Manchester City, per esempio, si è dato da fare in questo senso, con dubbie sponsorizzazioni mostruose da molti indicate come veri e propri rifinanziamenti illegali. I due club sono anche stati sanzionati dalla UEFA (nel 2014) con una multa da 60 milioni di euro, a cui si aggiunse un tetto alle spese di una sessione di mercato e la riduzione della rosa in lista UEFA (da 25 a 21 giocatori). Come rispose il PSG a questa sanzione? Acquistando David Luiz per la modica cifra di 50 milioni di euro.

Il problema è chiaro. Concretamente, il FPF “esiste” solo per le società che non riescono e che non possono permettersi di aggirarlo. E questo crea una netta disparità con le società che invece riescono a sfruttare le falle del sistema, andando in chiaro contrasto con quello che era uno dei principali scopi del FPF, ovvero diminuire la disparità tra i top club e il resto delle squadre europee. Adesso che si farà? Probabilmente niente. Introdotto come strumento di “giustizia economica”, non lo è mai stato. I casi Neymar e Mbappé non devono essere considerati come delle eccezioni, bensì sono delle dispendiose conferme di una riforma inconsistente. Bisogna capire solo una cosa, il Fair Play Finanziario è morto. Anzi, concretamente non è mai esistito.

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Capo-redattore di Novantesimo.com. Cresciuto nel calcio di fine anni '90 e inizio 2000, l'amore per lo sport è scoccato fin da subito. La mia passione si divide tra calcio, economia e storia, che porto avanti con €uroGoal e Storie Di Calcio.

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