«Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che fa nascere gli avvenimenti; un gruppo un po’ più importante che è presente alla loro esecuzione e assiste al loro compimento, e infine una vasta maggioranza che giammai saprà ciò che in realtà è accaduto».

– Nicholas Murray Butler

Questa volta ho deciso di iniziare in modo diverso, con una citazione. Come sottolineato, la frase di apertura è firmata Nicholas Murray Butler, filosofo, diplomatico, politico e pedagogista statunitense, vincitore del premio Nobel per la pace nel 1931. Questa frase sposa alla perfezione ciò di cui parleremo, ovvero dell’impresa compiuta pochi giorni fa dalla Juventus. I bianconeri erano chiamati a sfidare il Barcellona nei quarti di finale di Champions League, con i catalani reduci dalla storica rimonta contro il Paris Saint-Germain. Dopo un match di andata vinto per 3-0 allo Juventus Stadium, l’avvicinamento verso il ritorno al Camp Nou è stato un mix tra chi già pregustava la semifinale e chi, invece, aveva ben più di un timore visto quanto successo contro il PSG. Come è andata ormai lo sanno tutti, e la Juventus ha conquistato l’accesso alla semifinale. Noi partiremo da qui.

«Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che fa nascere gli avvenimenti». Ovviamente questo piccolissimo numero è rappresentato dalla Juventus. Dopo la partita pressoché perfetta disputata all’andata, preparare il match di ritorno non deve essere stato facile. Partiamo dal presupposto che i bianconeri sono l’unica squadra che in questa Champions League è riuscita ad annullare l’attacco del Barcellona per ben due partite, ovvero l’andata e il ritorno. Da questo punto di vista, il lavoro svolto da Massimiliano Allegri è stato superbo. Noi siamo italiani, e se c’è una cosa che non smetteremo mai di amare è il buon vecchio e sempre utile catenaccio. Da sempre paese di catenacciari, anche la Juventus di Allegri non si è fatta sfuggire l’occasione di riportarlo in auge, anche solo per 90 minuti. La mia non è una critica, ma bensì una lode. Non tutti sono in grado di attuare un catenaccio con così grandi risultati, perché diciamocelo, nessuno avrebbe mai immaginato che il Barça finisse la partita con zero reti segnate. Su come Allegri abbia preparato la partita potremmo parlarne per ore e ore, ma basta capire pochi punti per avere un’idea generale. In fase difensiva la Juventus si schierava con un 3-4-1-2, con Khedira a uomo su Busquets, Pjanic marcava a vista Iniesta e Chiellini saliva dalla difesa e teneva Rakitic. Con questa impostazione, Ter Stegen era costretto a lanciare lungo su un componente della MSN (tutti non eccelsi nei contrasti aerei, soprattutto se coperti dai difensori bianconeri), oppure scaricare sui due terzini, monitorati da Mandzukic e Cuadrado. La volontà di Allegri è stata quella di lasciare il pallino del gioco al Barcellona, bloccandolo fin dall’inizio dell’azione, chiudendo tutti gli spazi, evitando i tagli degli esterni o le incursioni dei centrocampisti, andando poi a sfruttare possibili ripartenze fulminee sfruttando la velocità di Dybala e Cuadrado. Insomma, l’allenatore toscano ha preparato come meglio non si poteva questa partita. E sono del tutto insensate le critiche piovute circa il gioco della Juventus, Arrigo Sacchi in primis, perché se i bianconeri avessero impostato una partita più offensiva, sbilanciandosi in avanti alla ricerca di un gol, probabilmente adesso starei parlando dell’ennesima storica rimonta del Barcellona.

Dopo questa partita le probabilità di vittoria finale da parte della Juventus sono decisamente aumentate. La differenza principale rispetto alla Juventus che nel 2015 raggiunse la finale di Champions League (persa proprio contro il Barcellona) è che la squadra di oggi sembra avere ancora più consapevolezza della propria forza, soprattutto dopo le partita contro i catalani. Il sorteggio ha designato il Monaco come ultima squadra a dividere la Vecchia Signora dalla finale: avversario sicuramente ostico grazie al grande potenziale offensivo e, per certi versi, anche un’incognita. Questa stagione più che mai la Juventus ha la possibilità di tornare definitivamente grande alzando la coppa dalle grandi orecchie, come a coronamento degli ultimi anni scanditi dalle vittorie in Serie A. Potrebbe anche essere la definitiva consacrazione di Massimiliano Allegri, spesso criticato o, quantomeno, poco apprezzato e a cui non sono mai stati riconosciuti tutti i suoi meriti. Ha preso una squadra non sua e diversa dal suo ideale di calcio, è riuscito a disegnarla e modellarla a propria immagine e somiglianza, e i risultati lo dimostrano. La Juventus ha tutte le carte in regola per scrivere una nuova pagina di storia, perché non farlo?

Se da una parte c’è una squadra che vince e passa il turno, dall’altra c’è una squadra che perde e viene eliminata. Ovviamente stiamo parlando del Barcellona, a tratti totalmente impotente contro il dominio bianconero all’andata e il muro difensivo al ritorno. Ciò che più ha colpito nella disastrosa caduta del Barça è proprio questo, ovvero l’incapacità di impensierire davvero la Juventus. I blaugrana, da sempre maestri nel possesso palla e vera e propria macchina da gol, non sono riusciti a mettere a segno nemmeno un gol in due partite contro i bianconeri. La compagine di Luis Enrique esce a testa bassa, bassissima. Troppo legata a dettati di gioco ormai triti e ritriti, il celebre tique-taque (italianizzato in tiki-taka) non stupisce più come una volta, non è più decisivo e imprevedibile, a tratti è solo noioso e soporifero. La “caduta degli Dei” è sì merito principale della Juventus, ma è anche un’auto-flagellazione blaugrana: Messi dà qualche segno di presenza e chiude con la faccia stampata sull’erba del Camp Nou, Neymar tanto fumo e poco più, Suarez… Suarez era in campo? Provocazioni a parte, il Barcellona è rimasto totalmente bloccato nella ragnatela bianconera, non riuscendo a giocare al meglio delle proprie possibilità, costruendo solo un paio di occasioni utili (in particolare le conclusioni di Messi e Sergi Roberto di poco a lato), dandosi poi alla più assoluta frustrazione e a reiterate proteste, spesso inutili e ingiustificate, che hanno avuto l’unico effetto di far innervosire arbitro e spettatori, oltre ad aiutare la Juventus a portare a casa il risultato con relativa tranquillità.

Giunti a questo punto, in molti si sono (giustamente?) chiesti: siamo alla fine di un’era? Se in questa stagione non arriverà nemmeno il titolo della Liga, per il Barcellona sarà a tutti gli effetti un’annata fallimentare. Ma ancora per quanto questo collettivo potrà andare avanti insieme? Gli anni passano, e la squadra cambia di poco o nulla. Per carità, siamo concordi sul quanto sia difficile apportare modifiche a una delle squadre più forti di sempre. Ciò nonostante, siamo davvero giunti alla fine? Probabile. Piano piano il Barça perde un elemento dopo l’altro, e questi non vengono sostituiti a dovere. I vari Jérémy Mathieu, Samuel Umtiti, Andrè Gomes, Paco Alcacer, Aleix Vidal, non sono giocatori, per quanto alcuni giovani e promettenti, capaci di mantenere il Barcellona ai livelli che gli competono. La grande generazione che ha visto trionfare il Barça nell’ultimo decennio è destinata, chi prima chi poi, alla fine. Gerard Pique, Andres Iniesta, Sergio Busquets, Javier Mascherano, e ci metto anche Leo Messi. Continuare a insistere su questi giocatori (nessuno mette in dubbio le loro straordinarie qualità, fantascientifiche per quanto riguarda la pulga) senza favorire un ricambio generazionale iniziando a inserire in rosa elementi che siano da Barcellona, non come gli acquisti costosi e inutili citati poco fa, potrebbe diventare dannoso per il Barça.

Si sa, prima o poi la fine arriva. Sempre. E anche il ciclo di una delle più grandi squadre nella storia del calcio è giunto, o è prossimo, alla fine. Al termine della stagione sarà necessario un importante cambio di pelle, a partire dall’ampiamente annunciato addio di Luis Enrique (a cosa è servito annunciarlo a stagione in corso?) per ripartire e tornare di nuovo grandi. Resta solo la Liga, con un clasico che si avvicina, unico barlume di speranza per dare un senso a questa stagione. Le lacrime di Neymar non solo rappresentano la delusione di una semifinale mancata, ma la consapevolezza che un’era sta giungendo al termine, un’era che ha rivoluzionato e segnato indelebilmente il calcio.

 

CONDIVIDI
Capo-redattore di Novantesimo.com. Cresciuto nel calcio di fine anni '90 e inizio 2000, l'amore per lo sport è scoccato fin da subito. La mia passione si divide tra calcio, economia e storia, che porto avanti con €uroGoal e Storie Di Calcio.

Warning: A non-numeric value encountered in /web/htdocs/www.novantesimo.com/home/wp-content/themes/Newspaper/includes/wp_booster/td_block.php on line 1008