Claudio Lotito ha sostenuto un audienza davanti alla commissione dell’antimafia, le dichiarazioni in versione integrale sono riprese dalla redazione di Lalaziosiamonoi.

Ha esordito così: “Grazie della possibilità di fare una disamina di questo mondo che, come dire, è un mondo un po’ particolare. Le persone che non vivono all’interno del sistema probabilmente hanno una visione completamente diversa perché etichettano tutti come tifosi. Tifoso significa appassionato, ma poi all’interno dei tifosi ci sono delle persone che delinquono in modo comune. Adesso dirò alcune cose senza timore di essere smentito. Senza falsa modestia io sono stato il primo che ha assunto una posizione molto chiara, che ha fatto una scelta di campo: tra il consenso e la legalità io ho scelto la legalità, assumendomi poi tutte le responsabilità e le conseguenze che poi ne sono derivate ai fini della sicurezza personale, della famiglia e quant’altro… Oggi a posteriori ritengo che sia stata una scelta giusta e una scelta che può essere perseguita da tutti quanti e che può portare a dei risultati concreti come è accaduto per la Lazio. Quando io sono entrato nella società nel 19 luglio del 2004 ho ereditato una società che fatturava 84 milioni, ne perdeva 86,5 e aveva 550 milioni di debiti. Ma che c’entra questo? C’entra perché valeva 1070 miliardi e il sottoscritto entra comprando il 25%, mettendo, all’epoca, 50 miliardi di lire, e poi alla fine, con la crescita all’interno del mercato, sono arrivato ad avere circa il 70%. Quindi mettendo circa 150 miliardi personali – che significa che afferiscono alle banche e quindi all’obbligo di ristornarli – ho preso circa 1070 miliardi. Ma perché l’hai fatto? Perché a me piacciono le sfide, tutti la consideravano una sfida impossibile, io l’ho considerata come una sfida al limite, come gli sport estremi. Pare che i risultati poi mi abbiano dato ragione perché oggi la Lazio ha un rating dal punto di vista economico tra le migliori del campionato italiano. Soprattutto ha avuto una crescita patrimoniale consistente che permette di renderla autonoma e di non dover sottostare a ricatti e quant’altro”.

Gli incontri con i tifosi: “Dal punto di vista dell’ordine pubblico, dopo tre quattro giorni che sono entrato, la dirigenza dell’epoca mi disse che avrei dovuto incontrare i tifosi. Io onestamente, avendo tante attività che si interfacciano con le forze sindacali dei dipendenti, pensavo fosse il sindacato. La cosa che mi lasciò perplesso fu quando mi chiesero se volessi incontrarli a Formello o da qualche altra parte. Io scelsi di incontrarli per strada e gli diedi appuntamento davanti al cinema Adriano. Questi sono tutti atti presenti al tribunale. Si sono presentati 3 soggetti, uno in arte Diabolik. Si sono presentati e questo m’ha detto “piacere, Diabolik” e io ho risposto “piacere, ispettore Ginco. Allora quello mi guarda e mi fa “ ma come ispettore Ginco?”. E io gli faccio “ eh sì, te stai dalla parte dei ladri e io delle guardie”. Lui mi ha fatto capire determinate cose, un uso e costume del sistema, di come funziona per le trasferte e per le coreografie. All’epoca l’ammontare era di 25.000 euro a partita e 2 miliardi l’anno per il valore commerciale dei biglietti. Io ovviamente non ho dato la mia autorizzazione e lì sono iniziati i problemi. Questi problemi, ci tengo a chiarirlo, sono nati anche su spinta del territorio, perché nel momento in cui la Lazio fece la sua transizione dalla palude della certezza del fallimento si cominciò a pensare che quello sarebbe potuto essere un affare”.

Le contestazioni dalla curva: “E allora si sono innescati tutta una serie di meccanismi, perché poi, questo bisogna dirlo, alcuni tifosi, o meglio, alcuni soggetti diventano anche strumento di pressione da parte di chi ha interessi di altra natura. Quindi sono iniziate una serie di situazioni pesanti che avrebbero indotto chiunque a scappare di notte. Io sono stato il primo a effettuare la sterilizzazione dei panni, perché temevo ci potessero essere dei contagi o qualcosa del genere, quindi mi misero una bella lavatrice fuori dal cancello. Poi mi fecero scaricare un camion di sterco di cavallo davanti casa e dovetti chiamare una ruspa. Poi ci furono affissioni in tutta Roma, minacce e poi una sera mi misero anche delle bombe. Tutte queste cose hanno prodotto una serie di evoluzioni di carattere giudiziario che hanno condotto a 2 anni di misure cautelari per i capi a condanne a 4 anni e 8 mesi per estorsioni e una serie di altre cose. Ma io sono stato sempre inflessibile su tutto. Quando sono entrato nel tribunale di Roma c’erano 300 persone e sono dovuto entrare con 30 uomini di scorta dalle porte laterali per paure di sommosse. Questa è gente che sa mobilitare contro di me tantissime persone. L’ultima protesta l’hanno fatta qualche mese fa a Piazza Santi Apostoli ed erano 1500 persone. Io ormai sono abituato a vivere con serenità queste situazione. E in quell’occasione ( processo) sono entrato sul banco dei testimoni e ho assunto l’atteggiamento di chi voleva dire come stessero le cose, senza accusare nessuno, ma dicendo come stavano le cose”.

Rapporto con i Casalesi? “Nel 2005 Chinaglia disse che voleva fare la scalata della Lazio attraverso un gruppo. Prima si presentò da me con un soggetto disponibile a fare una sponsorizzazione, non mi ricordo se di 2,5 milioni o 3,5 milioni di euro. Io risposi che non c’era problema, ma lui affermò che aveva i soldi in contanti. Subito chiesi ai miei di chiamare il responsabile del marketing per spiegare che noi facevamo le sponsorizzazioni tramite un contratto, un bonifico bancario e tutto quanto, quindi si poteva riprendere la roba (soldi). Ahimè poi si dimostrò che era uno dei cassieri dei Casalesi. Sono stato costretto ad andare a fare testimonianze a Santa Maria Capua Vetere dove c’era tutta una serie di persone, immaginate di che tipo, a cu chiesi “Lei di che si occupa?” e la risposta fu “Criminale”. Chi vive con me 24 ore su 24 sa che io sono il più irriducibile degli irriducibili. Come se ne esce da questa situazione? Ci sono tre momenti, quello della prevenzione, dell’insegnamento e della repressione dei delinquenti. Il tifoso in passato sembrava avere una sorta di moratoria. Una volta, dopo un Lazio-Parma uscii dallo stadio e cambiai macchina vista la situazione a Roma: tante radio diffondono tutto il giorno una serie di problemi. Ad un certo punto ci raggiunse con una moto un signore, che poi fu arrestato e durante gli arresti due travestiti da poliziotto gli hanno sparato alle gambe, cominciò a dare i calci alla macchina. Quando il capo scorta ha bloccato la vettura, è uscito e quello tranquillo ha detto “contestazione al presidente da parte dei tifosi”, come se fosse normale. Qui parlo di otto nove anni fa. Ho cominciato a creare un filo collaborativo e sinergico, per costruire un percorso insieme alle istituzioni tale da poter prevenire e reprimere certi fenomeni. Adesso la stessa tifoseria  si sta comportando in modo corretto perché sa che nel momento in cui sbaglia, non c’è storia per nessuno. Questo cambiamento lo conosce benissimo lo Slo e anche le forze dell’ordine”.

C’è qualche elemento criminale? “Le tifoserie non sono entità autonome, c’è un coordinamento nazionale e sovranazionale. Il problema non è il biglietto, ma il vero elemento criminale: lo spaccio di sostanze stupefacenti, il merchandising falso, il reclutamento della gente per fare estorsioni e recupero crediti. Ultimamente c’è stato un esempio di vita quotidiana e chi andava a fare i recuperi era gente vicina a queste persone. C’è anche la prostituzione: io quando ho sollevato queste cose, parlo di 10 anni fa, sono stati messi in atto tutta una serie di accorgimenti. Il tifo viene usato come elemento di aggregazione, è tutta gente che ha dai 15 ai 20 anni e che non ha una forza interiore, un’autonomia di pensiero. Intorno ad una passione, la storia di un club, aggregano una serie di individui che vengono sfruttati strumentalmente per altri fini. Se oggi hai una curva con 12 mila persone e sono uno spacciatore, metto un banchetto ed ho tutto a disposizione. Poi i comportamenti intemperanti fuori dalle regole sono dettati dall’alcool e da sostanze che non sono dei calmanti. Si creano così questi miti contro lo stato e la polizia che son elementi di sfogo, ma per la mente, sono solo braccia armate per favorire le loro attività. Anche i capi tifosi spesso fanno parte di sistemi più ampi di criminalità organizzata, dicevamo N’drangheta, Camorra e Mafia”.

Su Lazio-Sassuolo: “All’inizio questo fenomeno è stato sottovalutato dalle forze dell’ordine e dagli stessi magistrati. Siccome si innescano sempre dei meccanismi di tifo, questi meccanismi tentano di giustificare anche comportamenti sbagliati. Io ogni volta con il prefetto Achille Serra, persona degna e rispettabilissima, cercavo di esternare questo malessere a cui non veniva dato il giusto peso. Un giorno mentre stavo da lui arriva una telefonata di una persona che era stata malmenata che Achille ascolta in diretta. Loro ( tifosi violenti) tendono a fare tabula rasa di chi contesta quel tipo di situazione, perché esiste anche la tifoseria normale che non ha interesse di nessuna natura. L’ex prefetto si attivò con il capo della procura dicendo che si verificavano cose strane, le manifestazioni erano autorizzate e di dominio pubblico. Immagini che 3 anni fa a Lazio-Sassuolo c’erano 42 mila persone contro di me. Mi chiamò il questore chiedendomi se me la fossi sentita di andare allo stadio. Io dissi di si e chiamai Beretta, presidente della Lega, chiedendogli di stare al mio fianco in rappresentanza della legalità. Se tutti si sono presentati con un cartello identico, qualcuno avrà finanziato, altrimenti ognuno si faceva un cartello rudimentale. Delle forze di polizia e della prefettura romana e nazionale posso solo che parlare bene, sono sempre stati sensibili e disponibili a intervenire e trovare le soluzioni per prevenire e individuare certi fenomeni. La collaborazione quotidiana ha portato ad un risultato, da pochi mesi la curva della Lazio, gestita dagli stessi, non fa più quello che faceva una volta. Le stesse persone sono memori di quello che hanno subito, c’è gente che ha fatto diversi anni di galera, hanno subito sequestro di beni. Quello che fa più effetto è toccare le tasche della gente. Se ti condanno a sei mesi e poi entra la condizionale, alla gente non gliene frega niente. Ma se gli sequestri i beni cambia tutto. A quel punto le persone ci pensano prima di fare le cose. I daspo e le multe salate da 2000 euro sono state un ottimo deterrente”.

Sui rapporti con le istituzioni: “Se prima la stessa magistratura era comprensiva nei confronti del tifo, oggi è diverso. Le forze dell’ordine, al livello di vertici, sanno che è un sistema in cui le stesse persone che compiono certe azioni negli stadi sono le stesse che andavano nei cortei delle scuole e dei lavoratori che fanno quelle attività, strumentali a creare disordini e problemi. Questo è quello che ho trovato e quello che ho combattuto, ma non nascondo che tutt’ora ricevo anche dieci minacce telefoniche al giorno. Io scrivo l’orario, il giorno e poi rendo noti i dati a chi di dovere. vengono sempre individuati. Se c’è una posizione forte delle istituzioni, intransigente nel rispetto assoluto delle regole, dovendo capire anche che è un mondo particolare che va trattato con una sensibilità diversa. Con i biglietti nominativi si vanno a individuare i responsabili di azioni delinquenziali. Ho sempre detto: a Roma ci sono 12 mila persone, mica sono tutte delinquenti. Lo saranno duecento, trecento. Perché devono pagare l’abbonamento le persone perbene e magari poi non essere messe in condizione di andare allo stadio? Si devono creare con le istituzioni percorsi di prevenzione e dialogo costruttivo. Io non parlo con i capi delle tifoserie, ma loro sanno che se il presidente può intervenire su tematiche di maggior fruibilità dello stadio nel completo rispetto delle regole, di prevenzione della delinquenza comune lo fa. Attraverso strumenti di interfaccia abbiamo creato un circolo virtuoso positivo che a oggi ha debellato una situazione negativa, almeno per il momento. Siamo in equilibrio precario, però: nel momento in cui viene meno l’interlocutore che coordina la tifoseria, che ha l’autorità di coordinare le masse, è complicato. Io ho proposto una norma contro la soggezione nei confronti delle curve che diceva che i giocatori non potevano andare sotto le curve, altrimenti sarebbero stati sanzionati e squalificati. Questo non significa che dopo una vittoria non si possa rivolgere un applauso.

Sui cambiamenti da fare in questo rapporto con la tifoseria: “Prima la tifoseria era diversa, decideva tutto. Entrava a Formello, “qui gioca Tizio, qui gioca Caio”. Una volta è capitato che avessero invaso il centro sportivo. Se non ci fosse stata la polizia sarebbe stato impossibile risolvere la situazione, per questo parlo di collaborazione. Questi fenomeni vanno gestiti con accorgimenti e norme che vanno applicate in modo rigido. Se commetti un reato grave la sanzione deve essere pesante e va scontata, altrimenti tutto è consentito. Adesso la tifoseria, dopo le sanzioni ricevute, ha capito che si può tifare la propria squadra del cuore nel rispetto delle regole. Si può fare un tifo organizzato e lo abbiamo visto nelle bellissime coreografie realizzate che rappresentano un valore aggiunto per il club, ma rispettando le regole. Io non sono mai sceso a patti, la coerenza del mio comportamento ha portato dei risultati. La tifoseria lo ha capito: se non ti inginocchi, alla fine sono costretti a cambiare atteggiamento. Se sono stato allertato dalla Digos su alcuni personaggi prima del mio arrivo? Le forze dell’ordine non possono conoscere tutti i romani. Nessuno vuole prendersi nessun merito, ma nel 2004, un derby fu sospeso. Le istituzioni erano soccombenti perché si tutelava l’ordine pubblico. Tutti si preoccupavano di uno stadio pieno nel panico, guardate quello che è successo a Torino, può succedere di tutto in quelle situazioni. La preoccupazione era quella più che il dare la connotazione al fenomeno. All’inizio anche la magistratura sottovalutava certe cose, etichettandoli come reati da stadio. Ma non era così. Poi sono emerse nella scalata dei Casalesi diverse situazioni, in cui certi che svolgevano attività criminali usavano lo stadio per i loro affari”.

Sulla diversità di interessi:  “Quando sono diventato presidente nessuno delle forze dell’ordine mi ha detto di non parlare con certa gente. L’ex direttore generale mi disse di comunicare con i tifosi perché era ritenuto normale. Ma io dissi di no, non diedi loro legittimazione. Penso però che fossero anche strumenti degli interessi di altri. A volte l’interesse è anche mediatico, perché i giornalisti devono sempre soffermarsi sul lato negativo dello stadio? Zoommare sulle contestazioni e non sul buono. Prima un allenatore aveva stipendi stellari. Quando tutti dicono “Lotito caccia i soldi”, “investi”, ma dove sta scritto che uno più pagato valga davvero più di altri? Io dalla Lazio non percepisco un euro. Nemmeno il rimborso spese. Poi in questo ci si innescano gli ex, è un sistema autoreferenziale: l’ex giocatore diventa direttore. Il giocatore ha rapporti storici con la tifoseria ma anche con i giornali. Le crociate giornalistiche non sono spontanee, c’è un motivo dietro. A Roma ci sono due squadre una chiude con un bilancio in positivo e l’altra con i debiti c’è qualcosa che non funziona nel paragone. Allora dovresti giustificare questo vincendo tutto, perché nel calcio non conta arrivarci vicini, ma soprattutto capendo a che prezzo vincere. Se spendi 10 miliardi e poi fallisci è inutile. Io sto ancora pagando il fisco per la vecchia gestione, 6 milioni l’anno. Io avrei potuto anche assecondare tutti, la gente mi avrebbe reputato il miglior presidente del mondo, poi pazienza se si falliva”.

Sulla storia dei manichini impiccati a Roma: “Il merchandising? Era in mano ai tifosi, la Lazio non aveva nulla. Io ho aperto i negozi, ho fatto la radio e una tv. Elementi che hanno contribuito. La prevenzione la deve fare il presidente, ha degli strumenti nel sistema. Lo Slo lavora da due anni, sa i limiti e i perimetri ben chiari. Con tizio non ci devi parlare, e se chiamano informiamo la questura. Ora i tifosi si sono messi in riga come negli anni ’60. Le cose stanno andando bene per il momento. La stessa cosa l’ho fatta a Salerno. Le minacce? Non ho mai detto siano solo laziali. Irriducibili collaborativi nonostante striscioni “minacciosi” come quello al Colosseo? La storia dei manichini ve la spiego, perché voi sapete solo la storia come presentata dalla stampa. L’interesse di qualcuno è quello di istigare la tifoseria contro questa presidenza. Dobbiamo distinguere la goliardia da episodi di rilevanza penale. Nei derby è stato fatto di tutto, funerali con tanto di prete. Non significa siano atti di intimidazione. Qualcuno era interessato a creare un caso. Se uno vive direttamente la situazione si rende conto della realtà. Adesso la comunicazione è incontrollata, non c’è nemmeno il filtro della veridicità dell’evento. Il mondo del calcio ha una risonanza mediatica maggiore rispetto al resto. Le minacce non mi arrivano dai capi tifosi ma dalle persone che non accettano una pace sociale nel rispetto dei ruoli. E’ un equilibrio che può saltare in ogni momento. Io non passo sopra a nulla e non lascio nulla al caso, mi faccio sempre rivalere nelle sedi opportune. Sui manichini ho fatto un comunicato in cui si sottolineava come la Lazio fosse lontana da atti di violenza ma che non giudicasse la goliardia”.

Sui rapporti finanziari e le tasse: “Io, oltre a fare il presidente della Lazio e della Salernitana, ho ricoperto anche ruoli istituzionali nel mondo del calcio. Una serie di norme e di manovre l’ho varate io, per esempio una che nessuno si era mai posto. Quando sono entrato nel mondo del calcio, la Lazio aveva 150 milioni di erario non pagato. Lei sa perfettamente che con un milione ti arrestano. Allora dico, 150 milioni chi li ha fatti cumulare? Significa che ci sono stati dei momenti a cui è stato consentito a tante persone di poter fare. Quindi il calcio era considerato come una forma di el dorado perché l’iva non la pagavano. Per iscriversi al campionato, l’iva non era un dato sensibile. E allora le racconto un episodio quando io sono diventato consigliere di Lega dopo poco mesi. Per le domande di iscrizione mi dicevano “allora approvato” e io dicevo che non ero d’accordo. Manca l’iva, manca l’inps, manca l’inail. Sono società di capitali e che fanno non pagano? É iniziata una guerra che è durata tre anni. Oggi per iscriverti al campionato devi dimostrare di aver pagato l’iva fino al 31 dicembre. Hai sei mesi di moratoria. La Lazio non ce l’ha perché noi abbiamo i controlli ad aprile per la transazione. Quindi l’iva l’ho introdotta io. Prima si pagavano gli stipendi, non si sapeva come, se contanti, assegni. Io ho detto no, qui si fa un bel conto dedicato, bonifico bancario, così c’è la tracciabilità della partenza e dell’arrivo.

Sul certificato Antimafia: “Due anni fa ho varato una norma: siccome nel calcio, soprattutto a livello più basso non tanto in Serie A (però ho preso spunto dal Parma), non si capiva da dove arrivavano i soldi, ho fatto fare una norma che garantisca la trasparenza. Adesso abbiamo una regola, ho fatto fare un protocollo di intesa tra la Federazione e il Ministero degli Interni. Perché dicevano “il certificato antimafia lo può richiedere solo…” e allora abbiamo fatto questo protocollo dove le Leghe chiedono alle prefetture direttamente il certificato antimafia e si chiede che chi compra il 10% di una squadra di calcio deve portare il certificato antimafia. Tutti diranno: “Perché il 10%?”. Perché il 10% è la quota minima per fare l’azione di responsabilità e condizionare quindi la gestione della società. Poi deve portare dichiarazione di un istituto bancario di primaria importanza nazionale o estera che attesti sia la solidità economica, se hai disponibilità per fare la squadra e l’attività, sia la liceità. Terzo, non devi essere stato condannato in via definitiva per reati la cui pena edittale sia superiore a 5 anni e poi ci ho messo i 4 reati più bassi che sono: frode, appropriazione indebita, truffa e doping. Adesso, se tu metti in atto questa azione tu già fai una bella selezione perché sai che chi entra in questo salotto deve essere un salotto sano e non malato, di persone che vanno lì per delinquere”.

Sul calcioscommesse: “Le scommesse vanno tolte dal sistema perché lo stato da una parte vuole certe cose e dall’altra incassa: allora non si può fare, perché quando lei inizia ad avere le scommesse nella Lega Pro, nei dilettanti, lei lo sa che succede? Perché l’80% delle squadre deve trovare il sistema per sopravvivere? Durante le partite anche si scommette, ma questa è un’assurdità. Lo stato prima è contro il sistema e poi vive e trae vantaggi da quel sistema malato. Allora non va bene. E questa è la prima cosa da togliere perché le scommesse sono deleterie e questo si vede perfettamente”.

Su Sculli: “Nel 2011, esattamente se non vado errato a gennaio, ci va via un giocatore e noi avevamo l’esigenza chiesta dall’allenatore di avere un esterno d’attacco di temperamento. L’allenatore chiede questo Sculli, noi andiamo dal Genoa e lo chiediamo. Poi il calciatore resta fino a luglio, noi lo prendiamo nella finestra di mercato con il famoso mercato di riparazione. Il buon Sculli nel ritiro ha cominciato a essere insofferente verso la città di Roma. Lui aveva anche problemi familiari del figlio o la figlia non so, l’albero genealogico non lo conosco. Io sono abituato a criminalizzare i comportamenti. Lui ha espresso il desiderio di andare via e ci ha messo anche in difficoltà perché onestamente da noi era importante e l’allenatore, che era Reja, disse “no, no mandalo via, se non ci vuole stare non possiamo tenere gente che non ci vuole stare”. E allora è ritornato al Genoa in prestito con diritto di riscatto. Dopodiché, noi l’abbiamo mandato a Pescara e poi dopo se l’è ripreso Preziosi e l’ha pagato. La stagione di acquisto quindi è 2010-2011, se no sembra che sono dieci anni. Gennaio noi prendiamo il giocatore, poi sei mesi sta con noi e da luglio inizia a non giocare. Con noi non ha mai avuto contratti milionari, 650mila euro possiamo verificarlo. Il trasferimento è costato tra i 3 e 4 milioni l’acquisto e poi l’abbiamo rivenduto, mi pare a 2,5 milioni. Era un ottimo giocatore, poi se aveva dei natali diversi e sbagliati non so. Si è sempre comportato in modo corretto, se non gli dicevo che si era comportato male. Io sono a disposizione, sono figlio delle istituzioni”.

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Pasquale Rosolino, 92 d'annata. Editore di Novantesimo.com. Troppo malato di calcio, se non sto scrivendo ne sto parlando e se non ne sto parlando? Sto sognando! Editor per Visit Naples.

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