Cambiano gli anni, gli allenatori, i giocatori, ma il copione resta lo stesso: per il terzo anno di fila l’Inter esce ai gironi di Champions League. Clamoroso fallimento di Antonio Conte, l’ennesimo in ambito europeo.

Se per due anni di fila sprechi il match point qualificazione per colpa solamente tua, al terzo anno c’è davvero bisogno di una seduta psicanalitica per fermarsi a riflettere. Anche quest’anno l’Inter esce ai gironi di Champions League, stavolta da fanalino di coda del raggruppamento.

Come nelle passate annate, i nerazzurri hanno temuto per tutta l’attesa dell’ultima partita “biscotti” esterni, per poi rovinarsi con le proprie mani. Con il contemporaneo successo del Real Madrid sul Borussia Moenchengladbach, bastava vincere contro lo Shakhtar Donetsk. Tuttavia, l’Inter non è andata oltre lo 0-0, ponendo fine all’avventura europea per quest’anno.

Andiamo a snocciolare le cause della disfatta nerazzurra, che non possono assolutamente essere ricavate unicamente dall’ultima gara del girone. Sarebbe sciocco e superficiale pensarlo date le altre cinque partite disputate.

2 punti in 2 gare contro lo Shakhtar

Sembrerebbe controcorrente rispetto a quanto appena detto, eppure è doveroso partire dalla partita cui ricordi sono ben più freschi. L’Inter ha pareggiato per ben due volte per 0-0 contro lo Shakhtar Donetsk. Contestualmente, il Borussia Moenchengladbach contro gli ucraini per 6-0 e per 4-0. Forse basterebbe ciò per spiegare quanto i nerazzurri abbiano meritato l’ultimo posto nel girone. Due pareggi pressoché identici tra loro, nonostante sia passato più di un mese tra le due gare: dominio nerazzurro nelle occasioni, pali colpiti, portiere avversario migliore in campo. Eppure, allo stesso tempo abbiamo assistito per ben due volte alla stessa manovra sterile e prevedibile che molto spesso ha fatto il solletico alla squadra che ha subito 12 reti totali nelle altre quattro gare del girone.

Va però considerato che le due sfide contro lo Shakhtar hanno l’ovvia differenza nel valore intrinseco della partita, visto che ieri sera l’Inter si giocava la qualificazione. Si doveva vincere senza alcuna attenuante, alibi non erano ammessi in nessun modo. Sarebbe stato deleterio e inutile pensare all’altro match del girone, visto che c’era prima da portare a casa la vittoria, poi si badava al resto. Pertanto, è evidente che Antonio Conte ha completamente sbagliato la preparazione alla partita. Si è vista una squadra lenta, con poche e banali idee, ma soprattutto impaurita. Si son visti gli stessi undici calciatori timorosi che da due anni falliscono la qualificazione all’ultima giornata. Nonostante i tanti, tantissimi milioni spesi dalla società l’atteso salto di qualità non c’è stato nemmeno quest’anno.

La barzelletta targata Christian Eriksen

Non potevano non dedicare un po’ di spazio alla gestione di Christian Eriksen, ormai divenuto perlopiù un inutile capriccio di Antonio Conte. Non può che essere definito tale, anche perché altrimenti sarebbe un fenomeno senza alcuna spiegazione valida. Non vogliamo tornare ai trattamenti delle settimane passate, ovvero agli ingressi tragicomici agli ultimi dieci, se non cinque minuti di gioco. Riflettendo sullo 0-0 di San Siro di ieri, è inevitabile non riflettere sull’apporto del danese negli ultimi scampoli di gara e su quanto in più avrebbe potuto dare con maggior minutaggio. Non ci è dato sapere cosa sarebbe potuto succedere, eppure nella prima frazione lo Shakhtar ha mostrato appieno le proprie lacune difensive.

Facciamo riferimento alle difficoltà dei difensori nel coprire la profondità, come abbiamo visto in più inserimenti effettuati da Barella. L’ex Cagliari ha saputo inserirsi negli spazi molto bene, senza però mai portare alla conversione dell’azione in rete. Pertanto, vale la pena ricordare che Eriksen nei suoi sette anni al Tottenham è stato il miglior assistman della Premier League. Fa delle verticalizzazioni una delle sue specialità, grazie ad una notevole tecnica e una visione cristallina. Ha sempre letto il gioco in anticipo, e siamo certi che non ha dimenticato come si faccia in nemmeno un anno di Inter. Dunque, le sue qualità avrebbero trovato agio per sprigionarsi visti gli spazi concessi dagli avversari.
Certo, il danese ha mostrato più volte indolenza e poco carattere negli ultimi mesi, eppure la sua gestione “centellinata” non ha sicuramente aiutato. Inoltre, non affidarsi all’uomo con maggior esperienza europea in rosa in notti così decisive, è davvero qualcosa di incomprensibile.

Conte sbatte contro i suoi soliti limiti

Sono passati sette anni dall’iconico 1-0 tra Galatasaray e Juventus, gara che valse una clamorosa eliminazione per i bianconeri allora allenati da Antonio Conte. Sono passati sette lunghi anni, eppure il tecnico leccese continua a specchiarsi nei propri ingombranti limiti.
Nonostante i ripetuti tentativi, l’allenatore dell’Inter si conferma incapace di sostenere ad alti livelli un impegno europeo, che sia Europa League, o che sia Champions League. Basti pensare alla menzionata lontana stagione 2013-14, quando la sua Juventus è stata prima eliminata dal girone di Champions, e poi è uscita alle semifinali dell’altra coppa europea. In entrambi i casi Conte mostrò tutti i propri difetti: la scarsa gestione della rosa, la poca cattiveria impressa nei giocatori ed idee tattiche trite e ritrite.

Al Chelsea non andò meglio, difatti mise a referto solo un’uscita agli ottavi di finale di Champions League. E’ però con l’Inter che ritornano i fantasmi del passato. Sia quest’anno che quello precedente i nerazzurri hanno meritato di uscire dalla Champions. E’ paradossale come la squadra abbia fatto peggio nell’edizione attuale, poiché il girone era decisamente più morbido rispetto a quello della passata stagione. E’ questa la controprova che non c’è stato alcun miglioramento nella mentalità della rosa. Contro lo Shakhtar come contro il Barcellona un anno fa: è stato fallito l’esame di maturità, prima dal tecnico, poi dai giocatori. Conte ieri sera ha affermato che “ha visto la giusta cattiveria in campo”, eppure viene naturale chiedersi cosa sarebbe accaduto se questa non fosse stata messa in campo. Meglio non darsi risposte. E’ mancato il carattere dei grandi calciatori, ma soprattutto quello del grande allenatore.

Lo scudetto come ultimatum

E’ giusto ricordare, qualora non si fosse inteso, che l’Inter non ha neanche l’Europa League come possibile “scappatoia”. Il 4° posto rimediato vale l’imbarazzante eliminazione da tutto, soprattutto l’umiliante status di unica italiana uscita dai gironi di Champions League. Un fallimento sotto ogni punto di vista che porta Antonio Conte a dover percorrere un’unica strada per poter salvare la stagione, ma soprattutto la propria reputazione: vincere lo scudetto. Probabilmente neanche un’ipotetica vittoria in Coppa Italia, riportando così un trofeo nove anni dopo l’ultimo, darebbe serenità a un ambiente depresso e nevrotico come quello nerazzurro.

Tolto anche il paradossale “peso” dell’impegno europeo, Conte non ha più alibi, deve iniziare a convincere in campionato. Il valore complessivo della rosa ha come unico concreto rivale la Juventus, nonostante quanto attualmente dica la classifica con il Milan primo incontrastato. Inoltre, se l’Inter giocherà una sola gara a settimana, non sarà lo stesso per le rivali al titolo. Ciò sarà certamente un ghiotto vantaggio, soprattutto in termini di energie fisiche visti i minori impegni da disputare rispetto alle altre. Infine, Antonio Conte, a differenza delle coppe europee, sa come si vincono i campionati. Lo ha già fatto con la Juventus, si è ripetuto con il Chelsea e vuole farlo anche con l’Inter.

Se a inizio stagione i nerazzurri partivano con i favori del pronostico, e dunque le pressioni del caso, adesso non ci sono scuse che tengano: Antonio Conte deve vincere lo scudetto. Lo diciamo però nel vero senso dell’espressione, perché Conte deve obbligatoriamente vincere, altrimenti la sua esperienza all’Inter non sarà che un misero fallimento.

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Classe 1998, studio Lettere Moderne. Da sempre dipendente dal calcio e dall'Inter.

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