La sconfitta contro il Verona sembra aver scoperchiato il vaso di Pandora per i biancocelesti, facendo emergere nuove pressioni dall’ambiente, dubbi tattici, ma anche -e soprattutto- vecchie spaccature mai sanate.
L’impresa di Maurizio Sarri sembra essere, ad oggi, ancora più complessa di quanto ipotizzato in estate: per riuscirci saranno necessari il sostegno della società (fortunatamente ancora incondizionato), la volontà di tutti i componenti del gruppo squadra e il supporto dei tifosi, come sempre divisi al loro interno.

Mal di trasferta e dubbi di modulo

Una squadra in costruzione si è detto, ma anche altamente volubile
Il rendimento fuori dall’Olimpico in campionato è inquietante, con 4 punti raccolti in 5 giornate: vittoria contro l’Empoli all’esordio, pareggio col Torino, poi solo sconfitte con Milan, Bologna e Verona. Proprio queste ultime due erano vere e proprie prove di maturità fallite in maniera clamorosa: entrambe accomunate da una vittoria convincente la settimana precedente (rispettivamente al derby e in casa contro l’Inter) e da una partita europea a pochi giorni di distanza. 

I temi sono quindi due. 

In primo luogo la squadra soffre tremendamente la doppia competizione, il giocare ogni tre giorni (o meno) come sottolineato dal mister in praticamente ogni conferenza stampa. Le radici di questo sono riscontrabili effettivamente dal post-lockdown in poi e la società non sembra aver migliorato la situazione durante le sessioni di mercato. Analizzare ogni errore sarebbe attualmente ridondante e fuori contesto, mi limiterò soltanto a constatare che i vari Muriqi, Escalante, Akpa Akpro (a bilancio per quasi 13 milioni) sono stati totalmente inadatti a dare il cambio ai titolari.

In secondo luogo la mancanza totale di carattere, anch’essa rimarcata da Sarri, dei giocatori, che necessitano costantemente di essere spronati, che spesso sottovalutano l’impegno dal punto di vista mentale con conseguenti uscite a vuoto clamorose (7 gol subiti tra Bologna e Verona) sembra mitigarsi tra le mura dell’Olimpico.
Qui un po’ per l’ambiente favorevole, un po’ per la volontà di non sfigurare nei big match la Lazio ha una media di 2.5 punti a partita, con 14 gol fatti e 6 subiti in 5 partite.

La sconfitta di Verona e il ritiro punitivo

Prima di pensare alla fase offensiva tanto esaltata dal Sarrismo, si è pensato a difendere di squadra, mantenendo corte le distanze tra i reparti e con la linea dei centrali quasi a centrocampo: nelle 12 partite si è vista effettivamente un’evoluzione positiva in questo senso, al netto dei numeri negativi.
Il problema sono le fasi di rigetto, messe in conto dall’allenatore, ma a cui l’ambiente non sembra essere del tutto pronto.
A Verona sono emerse criticità enormi in tutti i reparti, talmente grandi da non poter essere attribuite del tutto alla sfera tecnico-tattica.

La linea difensiva a 4 è andata in affanno fin da subito, ma ciò poteva essere messo in conto visto che era composta da praticamente 4 terzini contemporaneamente, Radu compreso evidentemente fuori condizione.
L’attacco è apparso spento e mai veramente innescato: Immobile ha corso molto ma ha avuto poche occasioni, Pedro ha giocato male e ha perso palloni pesanti, Felipe Anderson non ha mai saltato Casale e ha sprecato l’occasione del 2 a 2.

Il problema più grande resta comunque il centrocampo.
Dall’inizio del campionato Sarri ha schierato 7 diverse terne di centrocampo, senza mai trovare una vera quadra. Nell’ultima partita la scelta di Akpa e Leiva avrebbe potuto garantire maggiore copertura e dinamismo, ma in realtà sono risultati i due peggiori in campo. Con Cataldi e Basic la media punti sembra essere più alta ma sono stati schierati contemporaneamente soltanto nello 0-0 contro il Marsiglia.
Inoltre a Formello tiene banco la questione Luis Alberto, in panchina nelle ultime 3 e con il quale ci sono state delle frizioni fin dai primi giorni di luglio.

Il caso sollevato dallo spagnolo è solo una delle tante problematiche interne allo spogliatoio, non tutte di natura tattica, anzi, molte ereditate dalla precedente gestione Inzaghi: 5 anni in cui ci si è nascosti dietro il racconto della “famiglia felice” e in cui, anche per meriti dello stesso mister, le ferite venivano sanate grazie ai risultati. Una volta usciti forzatamente dalla “comfort zone” la squadra ha mostrato una fase di rigetto non tanto dei dettami (quella è perfettamente comprensibile) ma della mentalità.

Da un lato alcune scelte dell’allenatore toscano, dall’altro uno spogliatoio che deve decidere cosa fare da grande nonostante abbia una delle età medie più alte del campionato, sullo sfondo la piazza di Roma come sempre divisa tra difensori del progetto, vedove di Inzaghi e critici della società (la componente più trasversale ad ogni schieramento).
Il ritiro a Formello dovrà quindi essere un’esperienza catartica per tutti, senza possibilità di tornare indietro. 

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Classe '99, sono di Roma e tifo Lazio. Attualmente studio Scienze Statistiche. Appassionato di calcio, della tattica e dei numeri.