Durante il periodo estivo, non è raro imbattersi in notizie di mancate iscrizioni ai campionati professionistici di piazze blasonate che hanno calcato palcoscenici importanti, come Serie A o Serie B, nelle ultime stagioni.
Mentre i dirigenti federali si interrogano da anni sulla necessità di riformare la terza serie italiana al fine di poter limitare il classico bagno di sangue dei fallimenti, per i club coinvolti si apre un lungo e tortuoso cammino: quello dei campi di provincia, nel cuore del mondo dilettantistico, che può risultare un vero e proprio pantano.

Se da un lato il Parma, dopo il fallimento del 2015, il percorso è stato abbastanza lineare con il ritorno in Serie A giunto in appena tre stagioni come da cronoprogramma, altrettanto non si può dire per tante altre piazze che risultano ancora inghiottite dal palcoscenico dilettantistico.

Siena e Messina capofila

Il Messina, dopo aver scritto una delle pagine più belle della loro storia con un triennio in Serie A (in cui è stato raggiunto un settimo posto), appena retrocessi in Serie B (2007-2008) hanno avuto alcune grane che hanno successivamente portato al fallimento al termine della stagione. Dopo quattro stagioni in Serie D e tre in C, i peloritani hanno rinunciato nuovamente ai professionisti ripartendo dalla quarta serie, dove ormai militano da quattro stagioni consecutive.

Discorso analogo per il Siena: nel 2014, dopo un lungo trascorso tra A e B, viene dichiarata fallita per dissesto finanziario: di qui, la ripartenza dalla Serie D con l’immediato ritorno in Serie C dove resta per cinque anni. Quest’estate, dopo la mancata iscrizione alla terza serie, un nuovo ritorno in Serie D.

Latina e Nocerina: dalla B allo stesso girone di Serie D

Non soltanto Messina e Siena. Sono diverse le compagini militanti in Serie D ad avere avuto in epoca recente un passato in Serie B: il Latina, attuale capolista nel girone G, che dopo il fallimento del 2017 si trova ad affrontare per la quarta stagione consecutiva il massimo campionato dilettantistico. Nel medesimo girone troviamo anche la Nocerina (in B nella stagione 2011-12) che, esclusa dalla C in seguito alla famosa partita contro la Salernitana, è ripartita nel 2014 dall’Eccellenza.

Due fallimenti in quattro anni: il calcio a Varese riparte dai tifosi

Menzione a parte merita la situazione di Varese: dopo il quinquennio in Serie B 2010-2015 a cui è seguito il fallimento, il sodalizio è ripartito dall’Eccellenza nel 2015, per poi nel 2019 alzare nuovamente bandiera bianca.
Attualmente l’eredità della tradizione calcistica cittadina è affidata nelle mani del Città di Varese: il sodalizio è stato fondato da tre tifosi biancorossi nel 2019 ed ha vinto il campionato di Terza Categoria. Un torneo di estrema periferia, tuttavia, che non rendeva lustro ad un blasone di una piazza che negli anni ’60 e ’70 ha disputato sette campionati di Serie A. Un assist è stato fornito quest’estate dal Busto 81, la cui fusione ha concesso al capoluogo lombardo di tornare a disputare un campionato di Serie D.

Rimini: da bestia nera della Juventus alla Serie D

Il quinto posto nella Serie B 2006-07 rappresenta l’apice della storia del Rimini: un risultato che assume una maggiore importanza tenendo in considerazione la presenza tra i Cadetti di compagini come Juventus, Napoli e Genoa. Proprio la Juventus trovò nei biancorossi una bestia nera: il Rimini è stato in grado di rovinare alla Vecchia Signora l’esordio in B con un pareggio (1-1), per poi replicare in un risultato ad occhiali nella sfida di ritorno.

Una storia che appare molto distante dall’attualità della piazza romagnola che ha attraversato due fallimenti (2010 e 2016), ripartendo dalle categorie inferiori: nella passata stagione, non portata a termine per via dell’emergenza sanitaria, sono retrocessi dalla Serie C in Serie D.

Uno sguardo nelle categorie inferiori: Treviso, Ancona e Lanciano

Non solo in Serie D: scendendo di categoria ci imbattiamo in compagini che sono passate nel corso di pochi anni dai fasti della Serie A o della Serie B a scendere in campo in campionati di Eccellenza o Promozione.
È ad esempio il caso dell’Ancona (o meglio, Anconitana) che si trova a disputare la massima serie marchigiana dopo essere ripartita dalla Prima Categoria. Discorso analogo per il Lanciano che, dopo i quattro anni in Serie B, si è trovato costretto a ripartire dalla Prima Categoria abruzzese, per poi tornare nel corso di due anni in Eccellenza.
Sorte simile capitata anche al Treviso che, dopo aver disputato in Serie A nella stagione 2005-06, si è ritrovato impantanato nel giro di pochi anni nei campionati regionali veneti, dove milita da ben otto stagioni consecutive.

Due scudettate tra i Dilettanti

Una pillola puramente statistica e curiosa è data dalla presenza nel mondo dilettantistico di due scudettate: il Casale (1913-14) e la Novese (1921-22). Elemento che accomuna le due squadre – insieme alla Pro Vercelli (all’epoca appartenente alla provincia di Novara) – è quello della vittoria dello scudetto pur non essendo rappresentante di un capoluogo di provincia.
C’è da fare una precisazione: si tratta di due realtà che si sono fregiate della vittoria del campionato un secolo fa, in un periodo antecedente all’attuale formula del girone unico messa in atto a partire dal 1929. Prima di allora la Serie A era ancora denominata Prima Divisione ed il meccanismo si disputava su base territoriale: si svolgevano in tornei interregionali che poi confluivano in una fase nazionale.

Particolare il caso della Novese, in grado di vincere il tricolore al suo secondo campionato ufficiale, da neo-promossa dopo aver centrato nella prima stagione la vittoria della Seconda Divisione.
Il prestigioso traguardo fu favorito all’epoca da una protesta dei 24 club più blasonati all’epoca che abbandonarono in massa la FIGC formando una federazione propria (C.C.I.): tale decisione avvenne dopo la bocciatura del Progetto Pozzo (capeggiato da Juventus, Milan, Genoa e Pro Vercelli) che avrebbe voluto un netto ridimensionamento del numero di club nella massima serie.

Serve una riforma della C

Come già anticipato nel prologo, sono molti i sodalizi che ogni anno rinunciano all’iscrizione della Serie C: la motivazione può essere principalmente ricondotta al fatto che la terza serie sia una competizione a remissione totale.
Lo status di professionismo rappresenta per gran parte dei club della terza serie una zavorra: per il fronte uscite basti pensare agli stipendi corrisposti ai tesserati che non possono scendere al di sotto di minimi salariali, mentre sul fronte entrate i ricavi sono esegui; gli introiti derivanti dai diritti tv, ad esempio, non rimpinguano a sufficienza le casse delle società appartenenti alla Serie C.
Abbiamo preso in esame una decina di situazioni di nobili decadute che dalla A o dalla B si sono ritrovate nel giro di pochi anni a calcare i campi di periferia, ma queste rappresentano soltanto la punta dell’iceberg: basti immaginare ad altre realtà che non hanno avuto la fortuna di militare in B in epoca recente, ma hanno avuto un discreto seguito: evitiamo di elencarle tutte, ma unicamente per dare l’idea, piazze che rappresentano capoluoghi di provincia e di regione come Campobasso, Pavia, L’Aquila, Prato o Taranto.

Senza tralasciare il futuro del Trapani che, con molta probabilità, ripartirà dai Dilettanti nella prossima stagione dopo l’esclusione dall’attuale campionato di Serie C alla seconda giornata.
Situazioni che denunciano una necessità di una riforma nota già da tempo, la quale diventerà più impellente per frenare un bagno di sangue tra i club di C che rischia di espandersi per via della crisi generata dal Covid.



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Classe '97, studente di Economia. Amante del calcio e delle sue sfaccettature a tutto tondo.

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