La Lazio era chiamata alla partita della svolta per riscattarsi dalla debacle europea e dall’inaspettata sconfitta di Bologna. L’opportunità della svolta si presentava all’Allianz Stadium dove i biancocelesti sono usciti dalla partita dopo mezz’ora consegnandola di fatto alla formazione di Andrea Pirlo. Un tris di sconfitte che rischiano di minare un’intera stagione sia per il peso di queste gare sia per le ripercussioni fisiche e mentali.

Punto di rottura

Quella che doveva essere una sconfitta utile per la crescita si è trasformata nell’inizio di un periodo nero. Il 4-1 bavarese, scontato quanto pesante, sembra aver minato la consapevolezza della Lazio anche in Serie A e le partite con Bologna e Juventus hanno evidenziato nel primo caso una mancanza di fame e di voglia di riscatto mentre con i bianconeri c’è stata una sorta di resa e incapacità di reagire agli eventi. Dunque il problema principale, al netto di altre dinamiche che approfondiremo in seguito, riguarda il piano mentale. La Lazio ormai è tornata tra le grandi d’Italia e potenzialmente ha la base per far bene anche in Europa, non ci si può più appellare ala troppa inferiorità rispetto alle altre squadre e certe partite, proprio per dimostrare tutto ciò, si possono anche perdere ma non in questa maniera.

Inzaghi parlava di una partita decisiva e importante, monito che sembra non essere passato nella testa dei giocatori

Limitarsi però all’aspetto mentale è riduttivo e non del tutto corretto. D’altronde la Lazio ha dimostrato anche quest’anno in più occasioni di esserci: la qualificazione agli ottavi di Champions League con il 3-1 al Borussia Dortmund, i pareggi con Juve e Inter così come le vittorie con Napoli, Roma e Atalanta. La classifica recita però settimo posto e le otto sconfitte sono davvero troppe soprattutto se si tiene conto che la metà sono arrivate con squadre inferiori in termini di classifica.

Caos difesa

Uno degli argomenti più rimarcati nel mondo Lazio è il basso livello della difesa. Acerbi a parte, Luiz Felipe è ormai un triste habituée degli infortuni, Radu va verso i 35 anni mentre Musacchio è reduce da una sola partita disputato nel 2019/2020 e ha bisogno di tempo per rimettersi in moto. Hoedt e Patric invece non sembrano all’altezza della situazione, in particolar modo lo spagnolo che di per sé nasce terzino ma Inzaghi continua ad insistere collocandolo tra i tre centrali. Elemento misterioso Armini, classe 2001 molto interessante sempre a seguito della Prima Squadra ma senza mai scendere in campo se non per qualche spezzone nelle scorse due stagioni. Se già il livello non aiuta, continuare a mischiare le carte in tavola non fa che peggiorare la situazione: tra formazione titolare e sostituzioni, Inzaghi ha messo in scena diciotto combinazioni diverse per quanto riguarda il trio difensivo. Un numero esagerato che non fa altro che minare ulteriormente la stabilità difensiva. Da aggiungere poi il “vizio” dello stesso tecnico piacentino di sostituire il prima possibile il centrale autore di un errore o ammonito, con il rischio di bruciarlo definitivamente o di non responsabilizzarlo per nulla poiché comodo nella “confort zone” del cambio sicuro.

Tra top player e gregari

Sul centrocampo biancoceleste c’è poco da rimproverare se si guardano i nomi di Milinkovic-Savic e Luis Alberto, due giocatori che con ogni probabilità sarebbero titolari quasi ovunque in Europa. Anche sugli esterni Lazzari a destra e Marusic a sinistra sono un’ottima coppia sebbene ci sia un grande gap con le relative riserve: Fares non si è rivelato un Lazzari bis da Ferrara così come Lulic, per quanto il suo nome inevitabilmente rimarrà nella storia del club per quella Coppa Italia, sta facendo molta fatica a tornare in condizione dopo l’infortunio. Nella zona nevralgica del campo sta cominciando a dare qualche segno di cedimento anche Lucas Leiva. Arrivato a Roma nel 2017/2018 dal Liverpool, il brasiliano è stato fondamentale per il sistema Lazio anche se come detto ultimamente il suo rendimento sta calando. L’intensità di alcune partite e la velocità di gioco lo vedono di troppo, se qualche mese fa riusciva ancora a cavarsela con la tecnica e l’esperienza adesso sta diventando difficile sostenere per così tanto tempo l’intera stagione su più fronti. Motivo per cui anche Parolo sia ormai relegato al ruolo di panchinaro.

Capitolo riserve: Akpa Akpro, Escalante e Andreas Pereira qualche metro più avanti sono ormai i cambi fissi di Inzaghi nonostante ci sia da dire che questa gestione aiuti più la Lazio in sé che i singoli ragazzi. Quindici minuti a partita, spesso i più sentiti e delicati, da una parte responsabilizza il giocatore mentre dall’altra lascia poco spazio e libertà nel potersi esprimere a pieno. Punti di domanda su Cataldi, quello che per molti doveva essere l’uomo copertina del rilancio laziale sta trovando pochissimo spazio causa anche un infortunio patito nel mese di gennaio. Fatto sta che pure lui non sembra proprio parte integrante di questa rosa.

Problema attacco

Sembra paradossale parlare di un problema in fase offensiva quando in rosa si ha l’attuale Scarpa d’Oro europea. Eppure uno dei principali casi tra gli attaccanti laziali riguarda Ciro Immobile. Ovviamente non stia riducendo tutto al solo gol segnato nelle ultime otto bensì a problemi fisici: il centravanti di Torre Annunziata vanta uno score di tutto rispetto con 14 gol in 23 partite, ma il recente stato di forma lo vede molto meno lucido sotto porta e soprattutto esplosivo. Le infiltrazioni a cui è sottoposto lo limitano allo stremo considerando le sue qualità migliori, riducendolo ad una minaccia più per la nomea che effettivamente per ciò che fa in campo. La colpa non è di certo di Immobile bensì alla cattiva gestione nei suoi confronti. Accantonando il discorso calcistico, continuare a far giocare un 31enne in queste condizioni è un rischio per la sua stessa salute. Se vogliamo egoisticamente guardare il lato calcistico, anche in questo caso notiamo delle incongruenze: è possibile che con altri due centravanti in rosa non si possa concedere riposo a Ciro? D’altronde in squadra la Lazio vanta Caicedo, che dopo le vicende di mercato è finito nel dimenticatoio nonostante il grande ruolo avuto in questi anni, e Muriqi, attaccante pagato 20 milioni e che è sceso in campo a malapena per 377 minuti in campionato e non andando mai oltre l’ora completa di gioco.

Nel ruolo di seconda punta troviamo Correa che per quanto a tratti abbia i colpi da gran giocatore, spesso non mostra la grinta e cattiveria necessaria in quella zona di campo per fare la differenza. Quell’ossessione di entrare in porta col pallone o talvolta di tergiversare troppo davanti alla porta limita non solo i suoi numeri ma anche la sua valutazione complessiva.

Progetto: realtà o solo chiacchiere?

Parlandone così sembra che la rosa della Lazio sia da settimo posto e che non ci sia verso per migliorare. Non è assolutamente così, sulla carta la Lazio può e deve ambire ai primi quattro posti ma per farlo serve un aiuto anche dai piani alti. Le piccole somme investite da Lotito in questi anni hanno bloccato quel percorso di crescita che la Lazio aveva avviato con la scelta di Inzaghi. Arrivare a lottare per lo Scudetto non doveva essere l’apice di una meravigliosa stagione bensì il punto di partenza per costruire una rosa più completa. Ciò non vuol dire tornare a mettere nel mirino la prima della classe però almeno assicurarsi un piazzamento in Champions League senza troppi problemi e rifarsi man mano un background europeo di tutto rispetto. Tare non può sempre tirar fuori il coniglio dal cilindro con colpi come quelli che furono di Milinkovic e Luis Alberto per un totale di 15 milioni. La Lazio ha l’obbligo di completare una rosa degna e per farlo bisogna investire, non viene chiesto un acquisto per reparto da 80 milioni ma nemmeno arrivare a ridursi, con tutto il dovuto rispetto per Musacchio, a spendere un milione a gennaio per un giocatore con una sola presenza in una stagione e mezza per riproporlo qualche settimana dopo contro la squadra più forte del mondo da titolare.

Ora si corre il doppio

Piangere sul latte versato è inutile, ora la Lazio è obbligata a fare una rincorsa ai limiti dell’impossibile per la zona Champions mentre sembra più alla portata un piazzamento in Europa League. Mal che vada la Lazio sarà la prima società italiana nella storia a partecipare alla nuova competizione europea, la Conference League. Certo, ad inizio anno questo scenario non era nemmeno ipotizzabile ma la realtà parla di un sesto posto a -4 dal Napoli, che ospiterà proprio la Lazio alla 32esima giornata. Una sorta di spartiacque se tutto dovesse continuare così. I biancocelesti, Bayern Monaco a parte la prossima settimana, dovranno affrontare Crotone, Udinese, Spezia, Verona e Benevento, tutte squadre da non sottovalutare che però sono tutte al di sotto della Lazio in classifica. Toccherà trovare continuità a partire da questo filotto per poi imporsi col Napoli e completare l’eventuale rimonta con Milan, Genoa, Fiorentina, Parma, Roma e Sassuolo senza dimenticare il recupero contro il Torino. Ci saranno quindici giornate di fuoco per capire che cosa vorrà fare da grande questa Lazio.

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