Nonostante la qualificazione ottenuta grazie alla vittoria con la Slovenia, le tre partite disputate dall’Italia Under 21 all’interno del proprio girone hanno evidenziato non solo alcune criticità degli azzurrini, ma anche diversi problemi endemici che il tutto il nostro movimento calcistico si trascina dietro da davvero troppi anni.

Nicolato non può fare miracoli

Sul lavoro svolto negli anni da Nicolato negli anni trascorsi nelle diverse selezioni giovanili nostrane, c’è davvero poco da dire. L’ex tecnico del Chievo Primavera in cinque anni è diventato un uomo fidato della FIGC, che gli ha affidato tutte le panchine a partire dall’Under 16 fino all’Under 21. Sono due i grandi pregi che hanno permesso a Nicolato di conquistare la fiducia dei vertici federali: in primis, di saper ricavare il massimo dal materiale umano a disposizione e di creare gruppi affiatati e coesi; in secundis, ma non per importanza, l’aver costruito una identità coerente con il lavoro svolto da Roberto Mancini con la Nazionale Maggiore.

Ciò su cui però Nicolato non ha avuto la possibilità di lavorare, sono i limiti mentali e di attitudine che purtroppo vengono inculcati ai nostri giovani calciatori sin da piccoli. La prima partita disputata contro la Repubblica Ceca è una dimostrazione lampante di quanto appena scritto: dopo l’iniziale gol del vantaggio, la squadra ha smesso di attaccare e giocare in modo propositivo, tentando palesemente di speculare sul gol segnato nel primo tempo.

La partita disputata con i pari età cechi, ha messo in evidenza il salto di qualità mentale che il nostro movimento rimanda ormai da troppo tempo

Sul pareggio conquistato dagli avversari dunque, il tecnico ha poche colpe. Con poche sedute di allenamento a disposizione non è infatti possibile entrare nella testa di giocatori abituati (ed invitati dai propri club) per undici mesi l’anno a giocare al rischio zero. In un panorama calcistico in cui però anche una selezione di livello non più che discreto come quella ceca può sbarrare la strada per la vittoria, arroccarsi in difesa dopo aver segnato un gol non può bastare.

Un movimento chiamato al bagno d’umiltà il prima possibile

Pur non convincendo nel pareggio con la Spagna, l’Under 21 ha strappato il pass per i quarti di finale grazia alla rotonda vittoria (5-0) ottenuta ai danni della Slovenia. Il sorteggio tuttavia non è stato per nulla clemente: gli azzurrini dovranno infatti vedersela con il Portogallo, una delle compagini più quotate a livello giovanile, principale candidata alla vittoria finale assieme ai pari età della Francia.

Anche se le speranza è che i pronostici di partenza vengano ribaltati, è inutile girarsi intorno: contro il talento diffuso e pregiato a disposizione del tecnico Rui Jorge, sarà davvero difficile per gli azzurrini uscirne indenni. Questo confronto impari può però anche fungere da spunto per vedere come davvero dovrebbe funzionare la sinergia tra una federazione e le società nazionali.

La spavalderia e il calcio offensivo che i giovani lusitani stanno mettendo in mostra negli ultimi anni, non è affatto casuale: la maggior parte dei componenti della rosa infatti è abitualmente schierata nei principali top club nazionali, mentre tra gli elementi della nostra Under 21 in pochissimi hanno la possibilità di giocare come titolari in massima serie.

I club devono fare la loro parte

La responsabilità principale di questa situazione, è delle società calcistiche nostrane. Abituando i nostri ragazzi a giocare in modo speculativo e ritardando oltremodo l’esordio in prima squadra, i risultati non possono che essere questi. Il lavoro fatto negli ultimi anni dalla federazione, grazie soprattutto al contributo di Maurizio Viscidi, è evidente.

Purtroppo però, non basta avere un ottimo coordinatore tecnico per avere miglioramenti sensibili; perchè la situazione possa davvero cambiare, è necessario che i club inizino davvero a fare un servizio al movimento tutto, facendosi portatori dei principi cari in FIGC e più propense a concedere spazio ai giovani più talentuosi.

E’ triste dover fare questo discorso, perchè uguale identico a ciò che ormai si dice da tanti anni ma che non sembra voler cambiare. Alla luce dei risultati riscontrati anche in campo europeo dai club che rappresentano il nostro calcio, è giusti che questa volta il campanello d’allarme scatti per davvero. Perdere ancora l’ennesimo treno, potrebbe significare la definitiva retrocessione per il calcio italiano, mai come in questo momento chiamato a cambiare pelle.

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