Ci siamo, il calcio sta preparando il suo ritorno in campo: una ripartenza scaglionata che vedrà tornare ad allenarsi, in vista di un pronto ritorno in campo, i club professionistici, in attesa di capire le sorti dei colleghi dilettantistici. Si rialza quindi la serranda sul mondo del pallone dopo il protocollo di garanzia stilato dalla FIGC con il Comitato Medico-Scientifico di ieri. Un rientro sul manto verde che sarà scaglionato, a partire dal termine del lockdown fissato – salvo nuove proroghe – per il 4 maggio: precedenza alla Serie A, poi spazio ai colleghi della Serie B ed infine alla C.

Tra test molecolari e sierologici, ai quali si sottoporranno i tesserati, e ritiri off-limits in ambienti sanificati, sotto la supervisione dei medici sociali.
Il tutto per consentire di tornare a disputare gare agli inizi di giugno (rigorosamente a porte chiuse) e disputare le gare mancanti sino ad arrivare alla metà di luglio, giocando ogni tre giorni.
In attesa di capire anche le decisioni del Comitato Esecutivo UEFA, che dovrebbe pronunciarsi nel corso della prossima settimana, per capire come e quando verranno recuperate le manifestazioni europee, al fine di poter stilare una pianificazione delle gare.

La richiesta di fermare tutti i campionati

Nei giorni scorsi, da più parti, sono giunti discorsi al limite della demagogia, in cui si chiedeva al calcio di adeguarsi a tutti gli altri sport che hanno alzato bandiera bianca, annullando le stagioni e procrastinando di fatto che il campo emetta verdetti nella stagione successiva, ripartendo di fatto da zero.

Strada impraticabile, almeno per i campionati professionistici, in quanto sarebbe la fine tombale dell’impresa di calcio e di tutto ciò che ne consegue. Piccola premessa: è bene ricordare che nel calcio non vi sono soltanto quei calciatori plurimilionari. Il contratto faraonico di Cristiano Ronaldo rappresenta soltanto la punta dell’iceberg del movimento, un’eccezione rispetto anche ai più pagati della Serie A.

Quanti sono i lavoratori nel mondo del calcio?

Vi sono tanti lavoratori dietro le quinte che troppo spesso passano in secondo piano: dai direttori di gara agli agronomi, passando ai giardinieri che curano il manto erboso, passando per i magazzinieri, i dottori, gli staff tecnici, i custodi dell’impianto, i procuratori, gli steward, i massaggiatori ed il personale di segreteria. Tutte attività direttamente collegate all’ambiente calcistico, dove collaborano persone comuni il cui stipendio, talvolta, si limita ad un qualcosa in più di un rimborso spese.

Pensare di risolvere il problema dell’industria calcio chiudendo tutto e mettendo in cassa integrazione padri di famiglia in modo da fargli fare esperienza è retorica da becero populismo, oltre che ad una classica sottovalutazione di un problema reale.
È completamente errato fare di tutta un’erba un fascio anche a livello di calciatori: se da un lato in Serie A vi sono stipendi che superano il milione di euro, non tutti sono stati così fortunati da aver strappato ingaggi faraonici. A loro volta, la differenza con la B e la C è notevole e, vi lasciamo immaginare quanta ve ne possa essere con il mondo dei dilettanti, dove si parla soltanto di rimborso spese.
Senza dimenticare il mercato azionario che coinvolge tre società del massimo campionato italiano come Juventus, Lazio e Roma, ad oggi vicine ai minimi storici.

I lavoratori indiretti nel mondo del calcio

Non soltanto gli esempi sopra elencati. Il calcio abbraccia, ad esempio, interdipendenze legate al mondo delle strutture ricettive al mondo ristorativo, editoriale e del betting.
Per pensare al giro di interessi mosso dal calcio con una semplice partita: partendo da una troupe di giornalisti che si mette in viaggio per raggiungere la località prevista, fermandosi a mangiare in un ristorante e a soggiornare in un albergo. Una risorsa anche per l’economia locale, il ristoratore e l’albergatore che beneficiano di ciò.

Perché il calcio in Italia non può essere equiparato agli altri sport

Il calcio è per distacco il primo sport più seguito d’Italia. Secondo una ricerca effettuata nel 2018 dagli statisti dell’European Football Benchmark, si stima che in Italia vi siano 34 milioni di persone interessate al calcio, mentre il 37% della popolazione adulta resta quotidianamente informata leggendo articoli sul calcio e consultando notizie più volte nel corso della settimana. Numeri che non possono essere minimamente confrontati con quelli degli altri sport.

Il calcio in Italia genera un giro d’affari miliardario

Oltre la passione, il calcio in Italia ha un giro d’affari significativo: secondo quanto riportato dalla SIAE nell’ultimo annuario dello scorso luglio, nel 2018 vi è stato un volume d’affari dell’intrattenimento e dello spettacolo di quasi 7 miliardi di euro: di questi, gran parte provengono dal calcio (2,37 miliardi): in parole povere, un terzo del fatturato della SIAE.

Non solo. Il bilancio integrato del 2018 della FIGC evidenzia come l’ammontare del fatturato diretto generato dall’impresa calcio è di 4,7 miliardi di euro (12% del PIL del calcio a livello mondiale). Ne consegue che il calcio concorre alla crescita del PIL nazionale nella misura del 7%.

Giro d’affari che si ripercuote anche con effetti positivi sul Fisco: a livello sportivo, il movimento calcistico è il principale contributore a livello fiscale dell’intero sistema sportivo. Con notevole incidenza del calcio professionistico che genera un’entrata di 1,2 miliardi di euro nelle casse dell’erario.

Con la sospensione del calcio professionistico si sarebbe rischiato un sistema al collasso

Non far riprendere l’attività calcistica – almeno a livello professionistico – e rinviando il tutto direttamente alla prossima stagione come se nulla fosse accaduto, equivarrebbe a mandare in fumo centinaia di milioni di euro, con il rischio di mandare al collasso un intero movimento già comprovato dall’emergenza sanitaria.


Una maniera sbrigativa di gestire l’emergenza nel mondo calcistico che, tuttavia, può avere delle conseguenze negative, in quanto probabilmente non potrebbe essere la situazione più adatta nei confronti di chi ha investito pesantemente nel corso della stagione corrente e, per tale motivo, potrebbe essere costretto – data l’assenza di risultati e la situazione economica del momento – a rivedere ancor più verso il basso i propri investimenti per le stagioni venture, con tutte le ripercussioni del caso sull’economia nazionale.
Che lo si voglia o meno, il calcio può essere anche uno strumento per tornare ad una pseudo-normalità, con il pieno rispetto del momento storico.

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Classe '97, studente di Economia. Amante del calcio e delle sue sfaccettature a tutto tondo.

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