Al giro di boa del campionato la Lazio ha registrato un passivo di 9 punti rispetto alla classifica dello scorso anno, 34 contro 43. Come spesso accade i numeri nel calcio non sono molto indicativi se presi singolarmente, soprattutto in una stagione sui generis come questa, in cui in Serie A si segna mediamente molto di più e non esiste più il fattore campo. Partendo proprio da questi elementi la banda di Inzaghi è chiamata al miracolo: raggiungere la qualificazione in Champions per il secondo anno consecutivo. 

La Lazio e l’obiettivo qualificazione in Champions

Il primo elemento peculiare è prettamente scaramantico: il -9 è centrale nella storia della compagine biancoceleste, rievocando la grande impresa della banda di Fascetti che raggiunse lo storico spareggio salvezza con il gol di Fiorini ancora impresso nella mente di tutti gli appassionati.  Chiaramente si tratta solo di un caso, ma si tratterà comunque a modo suo di un’impresa.

L’ultima partecipazione dei biancocelesti alla Champions League era datata 2007-2008, 13 anni fa, l’ultima qualificazione agli ottavi distava circa 20 anni. Molte volte sotto la gestione Lotito ci erano andati vicini: con Reja soltanto la differenza reti con l’Udinese di Guidolin; con Pioli, dopo un’impresa al San Paolo, una carente campagna acquisti e una insufficiente gestione dello spogliatoio non permettono il passaggio delle fasi preliminari contro il Leverkusen; con Inzaghi è fatale la sconfitta all’Olimpico contro l’Inter di Spalletti e il conseguente svantaggio negli scontri diretti.

Proprio dopo questa delusione la Lazio vive una stagione non esaltante, in cui riesce a qualificarsi in Europa soltanto vincendo la Coppa Italia contro l’Atalanta di Gasperini, una squadra ormai divenuta rivale per mentalità, caratteristiche e disposizione tattica. 

2019-2020: stagione dei record

L’anno successivo comincia in sordina con risultati altalenanti (11 punti in 7 partite), l’ambiente si scalda: a sprazzi si intravedono grandi potenzialità, ma arrivano due sconfitte pesanti contro SPAL e Inter. La svolta arriva proprio contro gli orobici nella sfida all’Olimpico: a fine primo tempo la banda di Inzaghi è sotto di 3 gol, dopo essere apparsa totalmente in balia del ritmo incessante della squadra di Gasperini. All’intervallo l’allenatore piacentino inserisce Patric e Cataldi dalla panchina e la squadra parte subito molto forte. Spinti da un’atmosfera surreale i biancocelesti raggiungono il pareggio grazie a una doppietta di Immobile sotto la Curva Nord e un gran gol di Correa. 

Secondo molti analisti e tifosi quella partita rappresenta il punto di svolta nella mentalità della squadra che sulle ali dell’entusiasmo e spinta dal supporto dell’Olimpico raggiunge 18 risultati utili consecutivi in stagione e si proietta, alla fine di Lazio-Bologna, prima in classifica in attesa della partita (poi vinta) della Juve. Ad oggi quella resta l’ultima partita a porte aperte per i biancocelesti: la cornice dei 40 000 presenti spinge la squadra a quella che sembra essere finalmente la “stagione buona”.

Poi tutto si ferma, e quando si riparte la Lazio ha un crollo verticale. È proprio la partita con i bergamaschi (che ormai rappresenta un simbolo, quasi una rivalità tra calciatori) che rompe qualcosa nella testa dei giocatori. La sconfitta arriva in rimonta dopo un crollo fisico, in maniera speculare a quanto avvenuto otto mesi prima. Nelle dodici giornate post-lockdown la banda di Inzaghi raccoglie 16 punti, riuscendo a mantenere l’ultimo posto valevole per la Champions e regalando comunque la Scarpa d’Oro a Ciro Immobile.

Il post-lockdown della Lazio

La Lazio post-lockdown è l’ombra di sé stessa, una squadra che solo a sprazzi riesce a giocare in maniera brillante, che si perde e si ritrova continuamente. Da giugno a dicembre 2020, in 36 partite, raccoglie 11 sconfitte e 42 gol subiti. Una media punti che proiettata su 38 giornate vuol dire restare fuori dall’Europa League.

Le cause del calo sono ancora oggetto di dibattito tra gli appassionati: carenze nello staff medico e nella preparazione atletica alla ripresa, pochi e non ottimali interventi sul mercato.

Nel mese di gennaio 2021, la Lazio rientra dalle festività ancora stordita dalla sconfitta negli ultimi minuti contro il Milan di Pioli. Anche con questa squadra esistono delle analogie: alla fine del girone di andata i rossoneri hanno esattamente 43 punti, ma a differenza della stagione precedente ora valgono un primo posto consolidato. Anche la squadra di Pioli viaggia sulle ali dell’entusiasmo e gioca di ripartenze veloci. Tuttavia, una differenza centrale la si evidenzia nell’approccio al mercato. 

La Lazio a gennaio 2020 aveva la necessità di un esterno sinistro e di una punta, ma alla fine della sessione la telenovela Giroud non giunge a un lieto fine e a Formello non arrivano volti nuovi. La rosa corta, unita ai molti infortuni, mineranno le possibili aspirazioni dei biancocelesti nel post-lockdown. 

Il Milan invece sposa ancora la linea verde, per ammissione dei dirigenti crede nella vittoria dello scudetto e investe in un mercato privo di soldi a causa della crisi post-pandemica. Ad oggi a Milanello sono arrivati Tomori, Meitè e Mandzukic. Solo il tempo dirà quale dei due approcci avrà pagato maggiormente in termini di risultati.

Da gennaio 2021, la Lazio sembra essersi ritrovata di nuovo: dopo un pareggio contro il Genoa di Ballardini arrivano 4 vittorie tra cui il 3-0 rifilato ai cugini della Roma nel derby e una vittoria di misura contro il Sassuolo che accorcia la classifica. Attualmente le prime 7 squadre sono divise da 9 punti, una distanza ridottissima per la Serie A se paragonata alla stessa negli anni precedenti. La pandemia ha reso il campionato per certi versi più competitivo, con più reti e l’assenza del vantaggio di giocare in casa alcuni scontri diretti. La Lazio ha raccolto 34 punti in 19 partite, -2 rispetto alla Juve (che deve recuperare lo scontro diretto con il Napoli) e -2 rispetto all’Atalanta attualmente quinta. 

Le critiche non sono mancate, né per Inzaghi (che sembra essere ora molto vicino al rinnovo dopo mesi di dubbi) né per il direttore sportivo Tare, reo di aver speso troppo budget in un ruolo in cui la squadra era abbastanza coperta e di non aver rinforzato sufficientemente la difesa

Nello stesso mercato di gennaio, in cui la Lazio ha sempre partecipato solo formalmente fatta eccezione per l’anno in cui rischiava seriamente la retrocessione in B, alla dirigenza è stato richiesto un esterno sinistro per sopperire alle non ottimali condizioni di capitan Lulic e un centrale difensivo. Tra indice di liquidità, esuberi e l’infortunio di Luiz Felipe l’unico acquisto è stato quello di Musacchio dal Milan, giudicato positivamente per il profilo internazionale ma con dietro qualche dubbio in merito alle condizioni fisiche. In ottica futura è stato preso Kamenovic dal Cukaricki, che sarà disponibile solo a giugno e verrà testato in ritiro con la prima squadra. Un mercato quindi “ingolfato”, ma tipico di Tare, che spesso punta su scommesse, giocatori in cerca di rilancio e si affida ad alcuni procuratori fidati (Kezman, Mendes, Pastorello).
Si conferma però la totale assenza del colpo a effetto, capace di far sognare i tifosi e di farli andare a Fiumicino festanti: è stato Klose nel 2010, sarebbe potuto essere Giroud un anno fa, sarebbe potuto essere David Silva quest’estate.

Se la vittoria con il Sassuolo ha dato fiducia all’ambiente, la sconfitta in Coppa Italia in 10 contro 11 contro gli stessi orobici ne ha tolta. Come per stessa ammissione di Inzaghi, bisogna tramutare la delusione in fame e in rabbia, con una prestazione simile a quella del derby. Se i biancocelesti riuscissero in una striscia di vittorie che comprenda anche quella a San Siro contro l’Inter nel giorno di San Valentino allora riuscirebbero a proiettarsi davvero in orbita Champions.

È anche vero però che la Lazio ha finito i bonus (sconfitte con Udinese, Samp e pari con il Benevento) e che storicamente non si ripete mai nel girone di ritorno (per andare in Champions servono almeno 70 punti e in quello di andata ne ha fatti 34): questa strada, per quanto impervia possa essere, sembra essere l’ultima chiamata per stare con le grandi e, magari, vivere una Champions davvero con i propri tifosi.

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Classe '99, sono di Roma e tifo Lazio. Attualmente studio Scienze Statistiche. Appassionato di calcio, della tattica e dei numeri.

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