La colpa di Giampaolo

Un matrimonio celebratosi in estate sotto i migliori auspici e che portava con sè un’aura di rinnovamento è finito bruscamente: da martedì sera Marco Giampaolo non è più l’allenatore del Milan.

La notizia non è certo una sorpresa: già nelle ore successive alla sudata e rocambolesca vittoria sul Genoa di sabato sera circolava la voce che la società rossonera potesse sostituire il tecnico nonostante i vitali tre punti portati a casa. L’allenatore nato a Bellinzona, che paga il peggior avvio in campionato degli ultimi 20 anni e le 4 sconfitte nelle prime 6 giornate (non accadeva da oltre 80 anni sulla sponda rossonera del Naviglio), è stato prima esautorato, con la società rossonera che lunedì si è messa esplicitamente alla ricerca di un nuovo mister (l’obiettivo era Luciano Spalletti, la realtà porta ora il nome di Stefano Pioli), ed in seguito esonerato con un freddo comunicato.

In questo pezzo non si vogliono avallare le tesi emerse negli ultimi giorni di una squadra che non seguiva il tecnico (possibile) o di un tecnico poco carismatico ed inadatto caratterialmente per una big (non conoscendo personalmente l’ex Samp, sono mere supposizioni), ma si vuole stigmatizzare quella che personalmente è la maggiore colpa di Giampaolo, sicuramente non unico colpevole della situazione di casa rossonera ma certo corresponsabile.

Il Giampaolo rinnegato

Marco Giampaolo, reduce da due noni posti consecutivi con la Sampdoria, è arrivato a Milano con la nomea dell’integralista del 4-3-1-2, modulo elevato quasi ad oggetto di culto dall’allenatore di origini abruzzesi, e dell’amante del bel gioco, come affermato da lui stesso durante la presentazione dell’8 luglio.

Nella città più borghese d’Italia l’integerrimo tecnico ha avuto il merito di non “imborghesirsi”, ma anche la colpa – ben più grave – di rinnegarsi. Dopo un discreto precampionato, la Serie A ha presentato subito al Milan la prima difficoltà: nella gara d’esordio i rossoneri, schierati col 4-3-1-2 provato tutta estate, hanno subito una battuta d’arresto contro l’Udinese, senza mostrare troppi sprazzi di bel gioco. La sconfitta della prima giornata è stata forse la svolta in negativo dell’avventura di Giampaolo a Milano: spinto dalle critiche – premature -, il tecnico ha deciso di snaturarsi, smettendo di credere nel suo lavoro. Un atteggiamento che certamente non lo ha aiutato nel conquistarsi la fiducia della squadra.

Nelle prime 7 giornate il Milan ha schierato la stessa formazione solamente in due gare consecutive (nelle sconfitte contro Torino e Fiorentina), mentre nelle restanti partite l’allenatore ha sempre fatto almeno 2 cambi tra una formazione iniziale e l’altra. I numeri dei moduli non sono la parte fondamentale del calcio, la componente che ti fa automaticamente vincere le partite, ma vedere un integralista del 4-3-1-2 che rinuncia dopo una sola partita al suo credo fa un certo effetto. Dopo il ko di Udine infatti, Giampaolo ha riproposto il suo modulo preferito solamente contro l’Inter (ed era una versione atipica, poichè Leao partiva spesso largo) e contro il Torino.

Il segnale dei numeri

Quattro numeri in fila come quelli del modulo sono così importanti? Hanno determinato l’andamento del Milan ad inizio stagione?

La risposta è: dipende. Sul campo un modulo non si traduce ovviamente in una sconfitta od una vittoria certa, ma in questo caso è stato decisivo il segnale che il cambio modulo o – per meglio dire – i cambi modulo hanno dato. Alla prima difficoltà, schiacciato dalla pressione di una piazza così importante, Marco Giampaolo ha assistito al crollo delle sue certezze, uno “strappo al cielo di carta” di matrice pirandelliana. Ha accantonato il suo amato 4-3-1-2 ed ha mostrato di non credere fortemente nel proprio lavoro: si è snaturato, tradito, rinnegato, mandando un pessimo segnale alla squadra, che, già in difficoltà, ha forse smesso di credere definitivamente nel proprio mister. É questa secondo me la maggiore colpa di Giampaolo. Non aver insistito. Aver mollato subito. Il bel gioco magari non sarebbe mai arrivato, ma forse cercandolo con più insistenza e convinzione, si sarebbero potuti ottenere risultati migliori.

Naturalmente la decisione del cambio di modulo non è da attribuire solamente alla pressione ed alle critiche dopo Udine. Forse l’allenatore ex Samp si è reso conto di non avere gli interpreti adatti, soprattutto sulla trequarti, zona nevralgica per il suo 4-3-1-2. Ma se avesse insistito? Se avesse continuato ad essere convinto di avere delle buone idee?

Purtroppo per Giampaolo, resteranno solo le ipotesi e la sensazione di aver buttato via la miglior chance capitatagli in carriera finora. Ora tocca a Pioli, chiamato a risolvere una situazione non facile.

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Ragazzo del '99, amo il calcio, argomento di cui parlerei tutto il giorno se fosse possibile. Studio le lingue straniere, adoro la letteratura francese ed il mio sogno, dopo aver viaggiato qualche anno all'estero, sarebbe lavorare e vivere quotidianamente nel mondo del pallone.

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