Kobe Bryant e l’Italia: storia di un Paese ipocrita e sempre meno umano

Una prerogativa di noi italiani è quella di farci sempre riconoscere, spesso in maniera negativa. Non si tratta di un articolo moralista e nemmeno retorico, semplicemente realista.

Il mondo piange Kobe Bryant

Il 26 gennaio 2020, in seguito ad un incidente in elicottero, perdono la vita Kobe Bryant e sua figlia Gianna di tredici anni. Erano circa le otto e mezza di sera in Italia, il mondo dei social impazzisce: quella che doveva essere nel nostro Paese la notte di Napoli-Juve dopo uno dei derby di Roma più interessanti degli ultimi anni si trasforma in una raffica di notizie rimbalzate dall’America e presunte smentite tra speranza e incredulità. Nel giro di pochi ma interminabili minuti. in seguito a conferme da parte di persone autorevoli dell’universo della palla a spicchi, il mondo comincia pian piano a realizzare che uno dei più grandi sportivi della storia se n’è appena andato lasciando un vuoto immenso tanto quanto gli insegnamenti che ha dato durante la sua vita.

La stampa rende omaggio a Black Mamba

Il giorno dopo le più grandi testate estere dedicano l’intera prima pagina all’ex cestista dei Los Angeles Lakers con titoli e foto: L’etoile Bryant (L’Equipe), Dolor y Gloria (Marca). Eterno Kobe (Mundo Deportivo), Kobe es eterno (AS), Kobe immortal (Sport) fino al più telegrafico quanto straziante Kobe Bryant dies in crash del Los Angeles Times. E in Italia? La Gazzetta dedica mezza pagina mentre Tuttosport e Corriere dello Sport si limitano ad un piccolo trafiletto in alto.

Benvenuti in Italia

Come sappiamo il calcio è lo sport più seguito e praticato al mondo, soprattutto in Italia. Esistono però delle eccezioni. Esistono uomini che non hanno una vita normale, sono nati per trasmettere emozioni come fossero un’opere d’arte vivente in continuo movimento. Una di queste eccezioni si chiamava Kobe Bryant. Sembra un concetto elementare, rischiamo di tornare al discorso del retorico eppure non è così. Perché di tre giornali nazionali sullo sport, in un Paese come il nostro, nessuno ha dedicato più di mezza pagina ad una delle più grandi fonte d’ispirazione che tra le altre cose aveva proprio iniziato la carriera in Italia. Un qualcosa di impensabile. D’altronde parliamo di una nazione dove per qualche copia in più non si è guardato in faccia nemmeno ad un uomo come Sinisa Mihajlovic. Dove si è deciso che non era necessario fare un minuto di silenzio né per lo stesso Kobe Bryant ma nemmeno per Pietro Anastasi, a dimostrazione di come non c’entri lo sport in questione ma la mentalità. Dove c’era addirittura bisogna di una delega per autorizzare alla Fiorentina la possibilità di indossare la fascia di capitano in ricordo di Davide Astori.

Purtroppo tutti questi episodi sono la dimostrazione di come si continua a sbagliare sulle stesse cose e ad attenersi troppo a delle leggi non scritte, dimenticando l’umanità che certe volte dovrebbe venire spontanea.

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