Ci eravamo tanto amati, ma forse non abbastanza. Si conclude nel peggiore dei modi la storia tra Lorenzo Insigne e il Napoli, con lo scugnizzo che lascia la sua città a parametro zero. Incolmabile la distanza tra le parti per il rinnovo, il giocatore chiedeva almeno 5 milioni di euro, la società ferma a 3.5 + 1.5 di bonus.

Ecco poi spuntare il Toronto, squadra canadese che riempirà abbondantemente per i prossimi anni le tasche del giocatore. Ieri è anche arrivata la firma sul contratto che legherà per i prossimi cinque anni il giocatore al Canada con uno stipendio da circa 10 mln di euro annui. In nome dell’amore che c’è stato, nonostante i tanti tormenti negli anni, ci doveva essere fine migliore.

Modi e tempi sbagliati ma senza moralismi

La premessa fondamentale è che nessuno va a giudicare la scelta prettamente economica di Insigne, perché tale è. Competitività in MLS non ce n’è , la distanza tecnica e tattica con l’Europa è letteralmente continentale. Si mira unicamente a poter sfamare più generazioni possibili, non che prima si vivesse in povertà, però il salto in avanti nel portafoglio è notevole, e in tempi di COVID più che mai è lecito guardare al dio danaro.

Scegliere i soldi alla carriera si può, assolutamente, ma ci sono modi e modi, specie se parliamo del capitano della squadra della sua città. Non si può firmare beatamente tra le luci di Roma il nuovo contratto a due giorni da Juventus-Napoli, non in un momento così delicato per la squadra tra emergenza positivi e Coppa d’Africa. C’è tanto egoismo, becero egocentrismo e poco altro, leadership e amore dissolti nel nulla. Anche perché, parliamoci chiaro, restava ancora tanto tempo per firmare, o almeno per esternare e rendere il tutto pubblico, che alla fine è questo a fare la differenza.

Si poteva tranquillamente aspettare qualche settimana, evitare ulteriori bizze con la società e tacere, per ora. Per il bene della squadra, che è quello a cui deve pensare un vero capitano. Ed è proprio questo che è mancato negli a Insigne, nonostante la fascia, ovvero avere la maturità e la lucidità necessaria per fare da parafulmine e caricarsi sempre la squadra sulle spalle. Anzi, troppo spesso è stato il primo a cadere, tra critiche, errori e fragilità.

Cosa resterà di Insigne nei prossimi mesi?

Aver prolungato la trattativa per il rinnovo fino a questo punto ha distrutto il rendimento di Insigne, reduce dalla peggior metà campionato della carriera. È sotto gli occhi di tutti l’instabilità mentale dell’attaccante, mai tranquillo e mai con la mente sgombra. Adesso però il destino è segnato, non ci sono più dubbi: Insigne sarà un giocatore del Toronto. Ma quale sarà l’impatto sul suo girone di ritorno?

Se già in passato abbiamo assistito a tante discussioni tra il numero 24 azzurro e la sua tifoseria, adesso i rapporti potrebbero morire in via definitiva, probabilmente nel modo peggiore. Difatti, assistiamo letteralmente al cliché del capitano che lascia la nave, quando tuttavia ci sono ancora tante, troppe partite da disputare prima di dirsi addio. Se per mesi ha avuto la mente sgombra, adesso si rischia addirittura di dover lottare anche contro i propri tifosi, oltre che contro i propri demoni.

Ogni giornata ci saranno tanti cuori infranti, cuori traditi da chi mai avrebbe dovuto farlo. Cuori legittimati nella rabbia e nel rancore, che dovranno lottare per ricordarsi che è la maglia a restare, non il nome scritto dietro.
Cuori sopravvissuti a diversi addii pesanti, anche a tradimenti dolorosi, che resisteranno anche a questa fuga, perché Insigne sta scappando e prima o poi dovrà dare motivazioni, a se stesso prima che ai suoi tifosi.

Avrà senso smettere col calcio a 31 anni, nell’anno dell’ultimo Mondiale della propria carriera? Avrà senso ridurre tutto al dualismo tra i sostenitori di De Laurentiis e i suoi detrattori, come già avvenne con altri addii del passato? Avrà senso cercare colpevoli? Si poteva arrivare a una fine più giusta e meritevole, più rispettosa verso una storia durata ormai 18 anni, partendo dalle giovanili fino alla prima squadra?

Tante domande, nessuna reale risposta attualmente. Forse solo una, che deve riecheggiare in ogni tifoso, non solo tra i napoletani: conta solo la maglia, le bandiere, quelle vere, fanno parte di un altro tempo, di un calcio ormai troppo lontano, lontano quasi quanto la distanza tra Europa e America.

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Classe 1998, studio Lettere Moderne. Da sempre dipendente dal calcio e dall'Inter.