Il no alla ripresa del calcio è una sparata populista

Nell’ennesima domenica senza pallone, è scoppiata la bomba mediatica riguardo la ripresa del campionato di Serie A.

Il deputato di Italia Viva Luciano Nobili ha infatti rivelato in un tweet che il Governo sarebbe pronto a pubblicare un DPCM per fermare definitivamente il calcio in Italia, almeno fino alla prossima stagione. Una decisione che lascia spiazzati tifosi ed addetti ai lavori, dato che -sembrerebbe – tutte le parti in causa (FIGC, Lega Calcio e AssoCalciatori) avevano dato il nulla osta per la ripresa.

In serata è poi arrivata la replica di Vincenzo Spadafora, Ministro dello Sport, che non ha fatto altro che riaccendere la polemica, montata già nel pomeriggio.

La replica di Spadafora

Il Ministro dello Sport, dopo le rivelazioni del deputato Nobili, ha tenuto a precisare la posizione del Governo sulla ripresa del campionato con un post su Facebook. Spadafora scrive infatti sul popolare social network:

“Leggo cose strane in giro ma nulla è cambiato rispetto a quanto ho sempre detto sul Calcio. Gli allenamenti delle squadre non riprenderanno prima del 18 maggio e della ripresa del Campionato per ora non se ne parla proprio.

Ora scusate ma torno ad occuparmi di tutti gli altri sport e dei centri sportivi (palestre, centri danza, piscine, ecc.) che devono riaprire al più presto!”

Parole destinate a far discutere, soprattutto per quanto riguarda la seconda frase, e che sembrano fuori luogo.

Quanto vale il calcio nell’economia italiana?

Prima di parlare della dichiarazione del Ministro Spadafora una precisazione è doverosa. Come diceva il grande Arrigo Sacchi, “il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”. Parafrasando in termini attuali: se la salute del popolo italiano e la ripresa economica del Paese sono e devono essere le priorità, non si può in seconda istanza non pensare anche al futuro del calcio nostrano.

Come ben noto il calcio ha ormai abbandonato la definizione di mero sport, sconfinando sempre più nella definizione di business. Il pallone ha infatti un impatto devastante nel nostro Paese a tutti i livelli.

I dati di Calcio & Finanza, basati sull’algoritmo “Social Return On Investment Model“, evidenziano come il calcio generi benefici economici allo Stato italiano per una cifra pari a 3 miliardi di euro. Il mondo del calcio contribuisce infatti alla produzione nazionale con 742 milioni di euro e permette un risparmio di oltre 2 miliardi a livello socio-sanitario.

Inoltre, anche a livello fiscale – tema molto caro agli italiani -, il contributo del pallone è notevole. Secondo Calcio & Finanza, “nel 2016 la contribuzione fiscale e previdenziale aggregata del calcio professionistico ha sfiorato gli 1,2 miliardi di euro.

Le parole di Spadafora sullo stop al calcio. Una provocazione?

La dichiarazione del Ministro Spadafora appare dunque una sparata populista. Le parole sembrano più dedicate ad accattivarsi le simpatie delle antologiche “casalinghe di Voghera” e dei sempre presenti haters del calcio.

Il calcio deve ripartire non tanto per una questione sportiva quanto per motivi economici. Se è vero che i risultati del campo sarebbero una forma di puro intrattenimento (anche utile in un momento di limitati spostamenti personali), l’aiuto economico del calcio al Paese non può essere ignorato, soprattutto in un periodo di crisi imminente.

La frase di chiusura del post del Ministro dello Sport è dal mio punto di vista ancora più grave. Pur riconoscendo l’importanza dei vari centri sportivi medio-piccoli in Italia, è impossibile sminuire il contributo del calcio allo sport italiano.

Sempre secondo Calcio & Finanza, il gettito fiscale prodotto dal mondo del pallone ha “un’incidenza del 70% rispetto al gettito fiscale complessivo generato dal comparto sportivo italiano e del 36% nell’ambito del macro settore economico relativo alle attività artistiche, sportive, di intrattenimento e di divertimento.”

Il calcio si rivela essere dunque la colonna portante dello sport del Bel Paese, senza il quale il nostro castello sportivo crollerebbe. Va inoltre ricordato che in caso di crisi del settore a soffrire non sarebbero i vari Cristiano Ronaldo, Lukaku, Ibrahimovic o Insigne, bensì magazzinieri, operatori ed i vari “operai” del pallone.

È auspicabile che si trovi una soluzione, possibilmente per la ripartenza del campionato, che concili necessità economiche e sanitarie, così come per altri settori. Senza mai mettere a rischio i calciatori e tutti i dipendenti che lavorano, dentro e nell’orbita del mondo del calcio. Magari senza pensare al consenso od alle sparate populiste.

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Ragazzo del '99, amo il calcio, argomento di cui parlerei tutto il giorno se fosse possibile. Studio le lingue straniere, adoro la letteratura francese ed il mio sogno, dopo aver viaggiato qualche anno all'estero, sarebbe lavorare e vivere quotidianamente nel mondo del pallone.

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