68% di possesso palla contro il 32% del Genoa, 24 tiri a 4 (di cui due in porta), 6 corner a 1, 584 passaggi completati contro 253. Risultato? Genoa 2 – Napoli 1: nonostante le statistiche a favore dei partenopei, i tre punti restano in Liguria.

Cosa c’è dietro l’ennesima prestazione fotocopia del Napoli di Gennaro Gattuso? Anche contro lo Spezia, nella gara dello scorso 6 Gennaio disputata tra le mura amiche del San Paolo che fu, oggi Stadio Diego Armando Maradona, il leitmotiv fu il medesimo: gli Azzurri presero letteralmente a pallonate, statistiche alla mano, la compagine guidata da Vincenzo Italiano, ma anche in quell’occasione videro uscire trionfanti gli avversari.

Di certo l’atmosfera che da un po’ di tempo a questa parte si respira in quel di Castelvolturno non dev’essere delle migliori, come dimostrano le recenti uscite del tecnico di Corigliano Calabro alla stampa.
L’ex allenatore del Milan, subentrato di questi tempi durante la scorsa stagione a Carlo Ancelotti, non sembra aver gradito i contatti tra Aurelio De Laurentiis e qualche collega, e da uomo schietto e sanguigno qual è non ha mancato di manifestare un po’ di sana delusione. Lavorare così non dev’essere affatto facile, ancor di più se si vede come la dea bendata sembra essersi accanita contro gli Azzurri: la traversa di Petagna ed il palo di Insigne nella gara contro i rossoblù rafforzano il primo posto nella triste classifica che vede il Napoli leader in Europa per legni colpiti dal 2018 ad oggi.

Fermarsi a queste banali considerazioni sarebbe però piuttosto sciocco, nell’ordine delle chiacchiere da Bar Sport. Perciò, in questa breve analisi proveremo a mettere a nudo le debolezze di cui questo Napoli soffre, reparto per reparto.

Il doppio interprete tra i pali

L’investimento fatto tre anni fa per Alex Meret non sembrava lasciar alcun dubbio su chi fosse destinato ad essere l’estremo difensore degli Azzurri negli anni a venire. La storia, però, è andata diversamente: un po’ la tenuta fisica, un po’ qualche limite “con i piedi” in piena coerenza con la scuola di pensiero della costruzione del basso che ormai fa la voce grossa nel calcio moderno, han fatto sì che l’ex portiere della SPAL venisse relegato a comprimario vedendosi preferire spesso e volentieri il più esperto David Ospina. Non potendo trovare continuità e fiducia, il suo percorso di crescita ha sicuramente trovato qualche difficoltà: lo dimostra il fatto che il classe ’97, quando chiamato in causa, non è mai stato impeccabile. Di contrasto, neanche l’ex Arsenal può essere considerato il titolare, dato che delle 20 partite finora disputate in campionato ne ha giocate 12, circa la metà.

Quest’alternanza non fa di certo il bene di nessuno dei due, checché se ne dica sulla famigerata “concorrenza” che dovrebbe spingere entrambi a dare il meglio di sé. A subirne i danni non sono soltanto i diretti interessati, ma ovviamente anche la società: sia dal punto di vista economico, con l’investimento Meret che si è dimostrato di fatto un mezzo flop, sia dal punto di vista tattico, dato che è palese che a seconda di chi dei due sia in campo lo stile di gioco della squadra cambia drasticamente, soluzione di continuità che non aiuta a fissare le idee di gioco nella mente degli interpreti. Quando a proteggere la rete è Ospina, vediamo spessissimo azioni partire dal basso col colombiano che ama scaricare ai difensori (preferenzialmente Koulibaly, il centrale d’impostazione) da cui poi parte l’azione. Quando è invece Meret a difendere i pali, la soluzione più accreditata è il rilancio lungo a centrocampo. Ben vengano le alternative di gioco e guai ad essere prevedibili, ma avere dettami di gioco chiari in testa è fondamentale.

Una squadra con ambizioni da grande dev’essere costruita con un senso ed una coerenza a partire dalle fondamenta: in questo caso, notiamo subito qualche intoppo.

Seconda miglior difesa, un dato “bugiardo”

I 21 gol subiti in 20 uscite non sono un numero esagerato, anzi: solo la Juventus, con 18 reti al passivo, ha fatto meglio. Ma, prima di esultare, analizziamo meglio questo dato.

Soltanto in un’occasione, infatti, il Napoli è riuscito a registrare due clean sheet di fila: trattasi delle gare contro Roma e Crotone, 9a e 10a di campionato vinte per 4-0 e 0-2. In tutte le altre occasioni, il dato della porta inviolata è stato un episodio calato tra due o più gare in cui sono state subite reti.

Passando ai raggi X le caratteristiche tattiche della fase difensiva, ad essere invece una mosca bianca è il solo Kalidou Koulibaly. Il possente centrale senegalese, a buona ragione considerato tra i migliori tre interpreti al mondo nel suo ruolo, fa sentire moltissimo la sua presenza tra i quattro dietro, ed se possibile ancor di più la sua assenza. La partita col Genoa ne è la testimonianza: un rapporto al passivo di tiri/reti del genere non è accettabile, ancor di più se si passano al setaccio le azioni che hanno portato ai goal. Sul primo, Maksimović si rende protagonista di uno sciagurato disimpegno: anziché scaricare il pallone a Demme a due passi, il serbo serve infatti su un piatto d’argento la sfera a Badelj, abile a lanciare Pandev in rete.

Limitarsi agli errori del singolo sarebbe criminalmente riduttivo. Il dato più grave sono infatti le improvvise amnesie di cui questo reparto soffre, manifestazione del fatto che a partire dagli allenamenti qualcosa di sbagliato c’è. Risparmiando frasi fatte e convenevoli, un piccolo esempio è il primo gol subito nella disfatta di Verona: a difesa schierata (male) è bastato un cross di Faraoni dalla destra per pescare Dimarco incredibilmente solo in una zona scoperta dell’area di rigore (anzi, per dirla tutta era insieme ad un compagno di squadra) col difensore scuola Inter che ha puntualmente ribadito in rete.

Per restare coerenti alla parentesi nel titolo, non parleremo delle mancanze nel pacchetto dei terzini: Di Lorenzo “spremuto” ed involuto anche a causa dell’assenza di alternative valide a destra, nessun terzino sinistro di livello. Il problema del laterale basso va avanti da anni, tra il mistero Ghoulam ed il titolare d’occorrenza (Mario Rui o addirittura la “chicca” Elseid Hysaj a piede invertito) ormai puntuale e spiacevole conferma di non essere all’altezza di una piazza come Napoli. Ma questa è un’altra storia.

Centrocampo, il grande assente

Inter, Lazio, Verona e Genoa. Sono queste quattro, in ordine cronologico, alcune delle squadre che hanno avuto la meglio sul Napoli scendendo in campo con i famosi “quinti“. Ebbene sì, perchè gli uomini di Gattuso sembrano soffrire particolarmente gli esterni a tutta fascia. La soluzione del 4-2-3-1, ad inizio anno parsa particolarmente convincente a gara in corso grazie alle ripartenza dirette dai centometristi Lozano ed Osimhen, non è infatti adatta a questa rosa.

Il volersi a tutti i costi ostinare a scender in campo con uno schieramento per il quale, nomi alla mano, non ci sono i componenti giusti è infatti una delle scelte che più vengono criticate al tecnico calabro. Specie se a comporre la linea mediana prende parte Fabián Ruiz, vero e proprio fantasma quando schierato in quella posizione. Il classe ’96, che tanto aveva impressionato nella prima stagione all’ombra del Vesuvio, sembra ormai il lontano parente di quel calciatore che aveva fatto strizzare gli occhi a mezza Serie A. Che non si tratti di un brocco è assodato, e lo dimostra anche il premio di MVP che l’ex Betis portò a casa nello scorso Europeo U21 vinto con le giovani Furie Rosse da assoluto protagonista. Nella competizione, Ruiz scendeva in campo sì nel 4-2-3-1 ma da trequartista, posizione in campo a lui più congeniale in quanto gli consente di “far correre il pallone” e non dover rincorrere gli avversari. La velocità non è il suo forte, e questa è cosa nota, ma è impossibile non capire che messo a far “filtro” sia un pesce fuor d’acqua. Patrimonio sprecato anche in questo caso, perchè le sue doti non si discutono: se poi si considera che in quello schieramento ha un solo compagno di reparto, non ci si deve sorprendere del fatto che appaia evidente la presenza di una voragine in mezzo al campo in molte situazioni di gioco.

Difesa ed attacco non presentano un minimo di raccordo, se non fosse per Insigne che spesso si sacrifica da tornante venendo a recuperar palla in difesa si potrebbe dire che l’undici in campo il più delle volte è “spaccato” in due: pacchetto arretrato, un buco nero, e i quattro davanti. Se poi, come accennato prima, l’avversario schiera una linea a cinque il gioco è fatto: con nessuno che riesca a tener testa agli esterni, anche la zona interna del campo e la retroguardia vanno in tilt. È un serpente che si morde la coda, un palese equivoco tattico sorprendentemente ancora irrisolto.

Anche qui, di linea coerente, non menzioneremo gli errori in campagna acquisti riguardo questo reparto. È palese ci siano gravi mancanze circa gli interpreti, ma per quel che concerne il campo fa ancor più rabbrividire la mancanza di idee e soluzioni alternative ricercate. In tre parole: superficialità, prevedibilità e sufficienza.

Il masochismo dell’attacco azzurro

Lorenzo Insigne, Politano, Lozano, Petagna, Dries Mertens, Milik, Llorente e Victor Osimhen. Un pacchetto offensivo da far invidia alle top europee, che avrebbe dovuto e potuto mettere a ferro e fuoco le difese di tutt’Italia. Così non è stato.

Della vicenda Milik non tocca a noi parlare, ma certamente vedere gare dove sarebbe servito un cambio ad un Petagna al quale si sta chiedendo anche troppo sia in termini di minuti che di prestazioni, dove Gattuso si è ritrovato a dover goffamente schierare l’esterno di turno come falsa punta o addirittura a dover rispolverare il redivivo Llorente dalla panchina, fa riflettere. Il polacco, dopo una lunga telenovela, a gennaio è partito alla volta di Marsiglia, l’ex Athletic Bilbao l’ha seguito a ruota accasandosi ad Udine: fuori due. La lista degli “ammutinati”, in realtà, sarebbe anche più lunga se si considera che Mertens passa più tempo in infermeria che sul terreno di gioco e che Osimhen, che doveva essere l’acquisto di punta della stagione, è rimasto fermo ai box per un poco chiaro infortunio rimediato con la Nigeria.

La summa è che Andrea Petagna, l’anno scorso retrocesso con la SPAL, si è ritrovato a dover sostenere il peso dell’attacco sulle sue spalle. Sceso in campo da titolare praticamente per ogni gara da inizio anno, l’ex Atalanta ha reso per la verità anche al di sopra delle sue possibilità. L’equivoco tattico, però, qui è ancor più palese: per una squadra che nasce “da ripartenza” come il Napoli che Gattuso ha messo su, un centravanti boa come lui non è l’ideale, almeno non per tutti i 90′. Spesso infatti la soluzione offensiva più accreditata è il lancio in profondità, e come è giusto che sia lo scatto non è tra i punti di forza del classe ’95: sarebbe più uno da metter dentro nei finali di gara a tener su la squadra, o da affiancare ad una seconda punta alla quale liberare gli spazi col suo imponente fisico.

Grande merito agli esterni offensivi che quest’anno spesso e volentieri hanno tolto le castagne dal fuoco anche con assoli di circostanza, ma i continui lanci in profondità per un centravanti che non riesce, per sua natura, a prender campo sono solo uno dei tanti enigmi tattici di questo Napoli. Perchè se si perdono partite con un possesso palla clamorosamente a favore, con quasi dieci volte i tiri messi a registro rispetto all’avversario (quasi sempre conclusioni velleitarie da fuori area, ma che pur sempre fanno statistica agli occhi di chi non vuol vedere al di là del dato statistico) qualche domanda, chi di dovere, se la dovrebbe porre.

Sintomi della sindrome di Peter Pan?

Un’involuzione preoccupante, che parte da lontano. Un rapporto con la stampa che definire mediocre sarebbe forse riduttivo, un presidente che sembra preoccupantemente aver preso le distanze dalla squadra, una rosa con gravissime defezioni e disegni tattici pressoché elementari. Se tanti indizi fanno una prova, sembra esser di fatto dinanzi ad un brutto ridimensionamento. Una piazza come Napoli, che fino a pochissimi anni fa ci aveva abituato ad essere l’unica contendente della Juventus allo Scudetto, sembra avviarsi al secondo anno senza Champions League. Non bisogna essere disfattisti, ci sono anche i meriti altrui in questa storia: è però evidente che di occasioni per fare quello step up decisivo, negli anni ce ne sono state eccome. Tutte puntualmente rimandate, quasi fosse una volontà dettata dalla paura di osare, di crescere… come un adolescente con la proverbiale sindrome di Peter Pan.

Ma, ancora una volta, restiamo coerenti all’apertura. Parlavamo di campo, fondamentalmente. Di limiti tattici dei quali forse il tifo partenopeo aveva perso l’abitudine, con ancora gli occhi abbagliati da quello sfavillante gioco espresso con la guida di Maurizio Sarri. Tuttavia, per vincere non si deve per forza dar spettacolo, e guai a restare crogiolati nella bellezza di un tempo che fu: bisogna lavorare, ripartire con idee concrete e non fermare quel treno che da quindici anni di gestione De Laurentiis ha portato il Napoli dalla Serie C1 all’élite del calcio europeo.

Bisogna farlo presto, compattandosi nel nome di un colore, una città ed un obiettivo comune. Seguire un’unica direttrice, senza mettersi i bastoni tra le gambe a vicenda. Perchè da pochi mesi a questa parte, a Napoli, città che trova nel calcio una storia senza eguali di riscatto sociale e comunione popolare, c’è una ragione in più per farlo: la si legge nell’insegna dello stadio.

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Appassionato di sport, malato di calcio. Tifoso del Napoli e del Sorrento. Studente di Medicina. Sogno di diventare medico, di vedere uno Scudetto.. ma mai sei numeri, oh!

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