Il mondo dinanzi all’emergenza Coronavirus sembra essersi fermato. Sembra, appunto. Le vite continuano a scorrere nelle nostre case, mentre gli esercizi commerciali restano in attesa di un decreto che li faccia riaprire. Eppure, in altri stati non vi è solo il COVID-19 a piegare in due i popoli.

La regione del Kashmir

Chi non ha mai sentito il nome “Kashmir”? Il tessuto in questione prende il nome dalla regione dello “Jammu e Kashmir“, situata a nord dell’India, abbracciata dalla catena montuosa dell’Himalaya. E’ proprio qui che il Coronavirus ha incontrato un altro dei mali attualmente inestirpabili al mondo: la guerra. Non perchè non esista vaccino, ma perchè religione, danaro o altri interessi accecano l’uomo.

India e Pakistan si contendono il territorio dal 1947. Il Kashmir è a maggioranza musulmana (come il Pakistan), ma per volere del sovrano dell’epoca, induista, prima tentò la via dell’indipendenza, poi chiese l’aiuto militare dell’India. La guerra che stanno vivendo i giocatori del Real Kashmir – e non solo – è scoppiato nel 1989 ed è il terzo conflitto indo – pakistano.

Guerra e Coronavirus

L’agosto passato, però, il primo ministro indiano ha deciso di privare la regione della sua semi autonomia. Il risultato? Comunicazioni sospese fino a gennaio, mese in cui il COVID-19 ha iniziato la sua ascesa di contagi. Tutto bloccato, ancora. Il ritorno a casa è letteralmente un sogno, un miraggio.

La squadra locale è il Real Kashmir. Attualmente militante nella seconda divisione nazionale, aveva concluso la scorsa stagione un terzo posto. Quest’anno era quarta, ma la sospensione anticipata del campionato, con conseguente assegnazione del titolo alla prima (il Mohun Bagan) ne ha fermato la corsa.

In seguito a quanto fin qui detto, un totale di – riporta Sky Sport – 10 tesserati (4 di origini africane, 6 britannici) sono attualmente bloccati in un albergo a Srinagar, città della sede della squadre per cui giocano.Come passano i giorni? Non è solo dormire, svegliarsi ed aspettare che il sole tramonti ancora.

I calciatori vogliono tornare a casa

Mi alleno in palestra, gioco alla Playstation” ha dichiarato Aaron Katebe ai microfoni dell’Agence France-Presse. “Sono in contatto con mia moglie e i miei parenti ma le comunicazioni qui sono complicate. Riusciamo comunque a sentirci per telefono“.

La speranza comune, poi, si riduce ad un semplice tornare a casa. Katebe confida che andrà tutto bene. Come tutti.

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Giornalista pubblicista dal 2017, tifoso del Milan dal 1996. Nato a Catania, nel 2021 si laurea in giurisprudenza. Ama scrivere di calcio ed attualità. Ha pubblicato un libro dal titolo "CircoStanze" con la casa editrice "Prova d'Autore". Attualmente frequenta un master presso la 24OreBusinessSchool.