Meglio tardi che mai: dopo un 2020 terribile, Christian Eriksen pare essere diventato finalmente un titolare nell’undici di Antonio Conte e difficilmente smetterà di esserlo.

E’ ancora sotto gli occhi di tutti lo sguardo afflitto, vuoto, di Christian Eriksen mentre la sera dello scorso 5 dicembre entra in campo in un Inter-Bologna al 91′ al posto di Alexis Sanchez. Quella scena rappresenta probabilmente il punto più basso raggiunto nel rapporto tra il danese e il tecnico nerazzurro Antonio Conte.

Due mesi e mezzo dopo, quella serata sembra ormai solo un miraggio, un immagine irraggiungibile, quasi irreale. Eriksen è diventato, si direbbe anche finalmente, un titolare dell’Inter, un calciatore dall’importanza encomiabile per diverse ragioni. Andiamo a snocciolarle nel dettaglio, spiegando come, a dispetto dei pregiudizi, l’ex Tottenham è la mezzala perfetta per Conte.

Il doppio regista e la variante tattica in difesa

Una prima svolta per Christian Eriksen è arrivata il 13 gennaio nella sfida di Coppa Italia vinta ai supplementari contro la Fiorentina. Nell’occasione, il numero 24 nerazzurro ha giocato da regista sostituendo Marcelo Brozovic. Lì ha finalmente terminato una partita, evento divenuto col tempo una chimera in nerazzurro visto che mai prima di allora aveva disputato un’intera gara. Tuttavia, è apparso abbastanza spaesato nel nuovo ruolo, verticalizzando meno del dovuto e perdendo alcuni palloni sanguinosi. La coppa nazionale si è rivelata la competizione del danese, difatti contro il Milan ai quarti sigla su punizione la rete che elimina i cugini. La prima vera gara “da Eriksen” arriva in campionato contro il Benevento il 30 gennaio, dove parte da titolare come regista. Per lui parlano i numeri: 91% di passaggi completati sui 110 tentativi effettuati, 9 lanci lunghi (fonte: whoscored.com). Ma questo è solo l’inizio.

La vera novità tattica Antonio Conte la offre dal 9 febbraio contro la Juventus, quando schiera in campo contemporaneamente Brozovic ed Eriksen. L’inedita formula del doppio regista funziona, nonostante lo scialbo 0-0, e non verrà più abbandonata.

Schierando allo stesso tempo i due centrocampisti, l’Inter viene facilitata nella sua qualità migliore, ciò che fa partire la stragrande maggioranza delle azioni nerazzurre: la tanto discussa costruzione dal basso. Difatti, sovente vediamo il danese abbassarsi, con accanto a lui Brozovic da scudiero, a livello della linea difensiva. Di tal maniera, i nerazzurri impostano con una sorta di 4-2-2-2, con l’apertura a turno di uno dei due terzi, dunque Bastoni o Skriniar, con conseguente scalata del compagno opposto; allo stesso tempo, il quinto di turno si abbassa tra i difensori da vero e proprio terzino. Lo abbiamo visto contro la Lazio, nel derby col Milan e ieri col Genoa: la doppia opzione in impostazione è diventata ormai una soluzione irrinunciabile.

Qualità e intelligenza in zona offensiva

Se c’è stato un netto miglioramento qualitativo dal basso, non va trascurato certo l’apporto di Eriksen alla fase offensiva. Scegliere il danese e non una soluzione più fisica, quale potrebbe essere un Vidal o un Gagliardini, porta novità soprattutto in avanti.
Partendo sempre dalla metà di sinistra del campo, l’ex Tottenham tende difatti a scambiare molto palla e ad aiutarsi con l’esterno mancino di turno. Ciò avveniva inevitabilmente anche con gli altri due citati centrocampisti, ma la differenza chiaramente la fa la qualità delle scelte e delle giocate.
Esempio lampante non può che essere il derby col Milan vinto per 3-0 otto giorni fa, facendo riferimento in particolare alla rete del raddoppio nerazzurro. Dopo un’eccellente uscita dal basso, partita come sempre da Samir Handanovic, l’Inter si ritrova clamorosamente in superiorità numerica in area avversaria. In fondo, è proprio questo lo scopo della costruzione dal portiere: saltare il primo pressing avversario e creare superiorità. L’Inter ci riesce con una costanza unica in Italia.

Detto del principio dell’azione, il finale è dato dalla differenza che può fare avere in campo Eriksen o i suoi altri competitor per il ruolo di mezzala. Difatti, la qualità e l’intelligenza spingono il danese a perdere consapevolmente un tempo di gioco, perché giocare con i millisecondi spesso diventa fondamentale. Prima l’attesa fulminea, poi il filtrante per Perisic, il quale a sua volta apparecchia per Lautaro che chiude il derby.
Da non dimenticare poi l’importanza vitale che possono assumere i tiri da fuori in gare bloccate contro squadre chiuse. In questo fondamentale Eriksen brilla notevolmente, a tratti ambidestro e pericoloso ad ogni distanza, così come nei calci piazzati. Resterà impressa nella mente sua e di quella dei tifosi la punizione che ha eliminato il Milan dalla Coppa Italia al 98′.

Trovare un antidoto alle gare bloccate potrebbe rivelarsi vitale per l’Inter, che spesso ha rallentato proprio contro chi ha speso la propria partita difendendosi ed aspettando. Del resto, chi vive e conosce il calcio sa benissimo che in questi casi è la tecnica che si fa valere, è il lampo di genio che sblocca questo tipo di partite. Ecco che ritorna in gioco Eriksen, un calciatore che di qualità se ne intende eccome.


Ci hanno messo un bel po’, ma alla fine, come i più grandi amori, dopo mille peripezie Christian Eriksen ed Antonio Conte si sono uniti. Adesso i due sembrano addirittura completarsi: il danese è nettamente migliorato tatticamente, sempre nel vivo del gioco anche in fase di non possesso; il tecnico salentino ha saputo cambiare e cambiarsi, cercando più soluzioni per costruire gioco.

Chissà se non sarà proprio la “variante Eriksen” a decidere la lotta scudetto, quella tanto agognata vittoria in campionato che manca all’Inter da ormai undici anni. Eravamo nel lontanissimo 2010, era la squadra del Triplete con Jose Mourinho in panchina, mentre Antonio Conte era un “nemico” dal cuore juventino. Tutta un’altra storia, due universi paralleli che però potrebbero congiungersi tra poco più di due mesi.
Il tempo dirà la verità.

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Classe 1998, studio Lettere Moderne. Da sempre dipendente dal calcio e dall'Inter.

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