Massimo Oscar Ugolini, eclettico ex preparatore e pioniere della match analysis allo Shakhthar Donetsk e Zenit San Pietroburgo con Mircea Lucescu, è stato uno dei primi in Italia a lavorare con un’azienda informatica (DigitalSoccer Project, ora Panini Digital) dedita alla raccolta dati per l’analisi statistica e tattica delle partite.

Noi di Novantesimo abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo in esclusiva ai nostri microfoni.

Ha assistito alla nascita ed all’affermazione della raccolta dati statistica per l’analisi delle partite. Com’è stata accolta la novità della match analysis negli anni Novanta?

“Con molto scetticismo, perchè nessuno era pronto. Abbiamo iniziato negli anni Novanta, la prima stagione che abbiamo fatto era la 1994/1995, erano proprio altri tempi. Il software era diverso, era ancora tutto cartaceo ed incomprensibile ai più.”

Com’è cambiato il calcio grazie alla match analysis?

“Secondo me ci sono stati tanti fattori che hanno contribuito a cambiare il calcio in questi ultimi decenni. La match analysis sicuramente ha cambiato in maniera radicale il calcio. Però secondo me il maggiore cambiamento è stato quello dal punto di vista atletico. L’idea dell’analisi scientifica delle partite nel calcio è stata ‘copiata’ da altri sport, come il football americano ed il basket: quegli anni loro erano ai livelli in cui è il calcio adesso. Questa discrepanza è facilmente spiegabile: il calcio è uno sport diverso, ci sono molte più variabili, basti vedere il numero di giocatori, e le regole. Nel calcio potreseti difenderti per 90 minuti, nel basket se vuoi avere qualche posibilità di vincere devi attaccare. L’analisi statistica ha quindi senso negli sport in cui le azioni si ripetono di più, come nella pallacanestro stessa ed anche nella pallavolo.”

Come si è evoluta invece la match analysis stessa in questi anni?

“L’evoluzione è stata legare le statistiche ai video. All’inizio erano slegate, noi (alla Panini Digital, ndr) siamo stati i primi a collegarle, perchè com’era prima il dato statistico serviva solo a fini giornalistici ed alle varie fasi nel campionato di una squadra o di un giocatore. Legarla al video è stata secondo me la svolta: facendo vedere ad allenatori e giocatori come giocano gli allenatori e come metterli in difficoltà è stata la chiave in campo.”

Quanto incide al momento la match analysis? Che importanza ha la match analysis?

“Penso che ormai la match analysis sia utilizzata dal 95% degli allenatori, se non di più. Ovviamente con mezzi diversi e contenuti soggettivi. Lucescu era solito citare Sun Tzu, il quale nel suo libro ‘L’Arte della Guerra’ diceva: «Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.»

Una buona parte della sua carriera è legata al rapporto di lavoro con Lucescu. Come è stato lavorare con il tecnico rumeno? 

“Sì, tutta la mia carriera da professionista è legata a lui. É stato strano, lui è una persona molto all’antica ed appartiene ad un’altra generazione rispetto a me, ha l’età di mio padre. É una persona che rispetta molto le gerarchie: io sono arrivato come vice di un altro membro dello staff e per un anno non mi ha quasi rivolto la parola, però è stato stimolante perchè ho dovuto sudarmi la sua fiducia. In seguito è stato bello anche il nostro rapporto umano, una cosa senza la quale non riuscirei a vivere. Un rapporto altalenante comunque, perchè stando vicini tutti i giorni non si va sempre d’accordo, però c’era rispetto reciproco ed è questo ciò che conta.”

Com’è nata la vostra relazione lavorativa?

“É tutto legato alla Panini Digital: il primo a mettere soldi per sviluppare un software per l’analisi tecnico-tattica-statistica era stato Adriano Bacconi, che era il preparatore atletico del Brescia di Lucescu ed è stato quello che su suggerimento dell’allenatore ha pagato un softwerista per creare un programma per l’elaborazione statistica, che poi si è evoluta nella moderna match analysis. Quindi ero legato a Lucescu ancora prima di conoscerlo personalmente. Siamo finiti a lavorare insieme perchè un altro ragazzo, che lavorava con Bacconi ed aveva fatto l’ISEF con me, Carlo Nicolini, è andato a lavorare come preparatore atletico con il tecnico rumeno al Galatasaray e quando Lucescu ha deciso di allargare lo staff perchè ormai l’età avanzava, Nicolini ha pensato a me ed ha fatto il mio nome.”

Un aneddoto curioso a proposito di Lucescu?

“É un pazzo, ce ne sarebbero tantissimi di aneddoti (ride, ndr). Quello più divertente è sicuramente il gol di Luiz Adriano contro il Nordsjaelland nella Champions League 2012/2013, quando l’attaccante brasiliano non aveva rispettato il codice non scritto del fair play e non aveva restituito la palla, segnando. Lucescu, che segue le partite in maniera molto passionale, inizialmente non si era accorto di quanto successo e della confusione creata, mentre noi ci vergognavamo per l’accaduto. Lui ha avuto la prontezza di chiamare a sè un giocatore e parlargli all’orecchio. Al loro calcio d’inizio abbiamo recuperato la palla, prendendo ancora più fischi, poi l’abbiamo persa e dopo un minuto di possesso loro ci hanno segnato. In pratica i nostri giocatori avevano deciso di farli segnare per pareggiare il conto. Tutti pensavano che Lucescu abbia detto di agire così, ma a fine partita ho chiesto al giocatore cosa gli avesse sussurrato e lui mi ha detto che gli ha chiesto solo di giocare più largo. Questo per dipingere il personaggio: aveva capito la situazione difficile, ha avuto l’idea di chiamare il giocatore per far capire che aveva dato qualche ordine per far rispettare il fair play, quando in realtà ha fatto tutt’altro.”

A giugno, al termine dell’esperienza allo Zenit San Pietroburgo, le vostre strade si sono separate. Divergenze di opinioni o semplice scelta professionale?

“Entrambe le cose. Non abbiamo mai litigato, io avrei accettato volentieri di lavorare con lui anche in Nazionale: il mio desiderio era di tornare a casa e con un impegno sporadico come quello delle selezioni nazionali avrei potuto tornare a vivere dove volevo. Però dopo che lui ha rescisso con lo Zenit San Pietroburgo e che noi abbiamo di conseguenza avuto problemi contrattuali non ci siamo più sentiti. Ha chiesto a Carlo (Nicolini, ndr) se io avessi voluto andare a lavorare con loro, ma il mio orgoglio voleva che aspettassi una chiamata direttamente da Lucescu, che purtroppo non è mai arrivata.”

Si è pentito di questa scelta?

“No, la ritengo ancora giusta. Se uno ti vuole una telefonata la fa.”

In estate ha conseguito il patentino UEFA A da allenatore a Coverciano. Lascerà la carriera da preparatore per intraprendere quella da capo allenatore? Cosa ha in mente per il tuo futuro? Continuare come match analysis?

“Già con Shakthar e Zenit ero partito come preparatore atletico deputato al recupero degli infortunati ed in realtà ero poi diventato collaboratore tecnico. Preparavo gli scout sulle avversarie, non ho più fatto preparazione atletica, che spettava a Carlo Nicolini. Adesso con questa licenza sono diventato professionista e posso allenare le Primavere ed in Serie C, ma già prima potevo arrivare fino in D ed occuparmi di una squadra giovanile fino alla categoria Juniores. Il mio obiettivo è di non fare più il preparatore e di fare il vice o collaboratore di qualche allenatore in A o in B oppure di diventare allenatore io in prima persona. Preferirei allenare le giovanili al momento.”

Dove preferirebbe iniziare? Italia o estero? Lavorare come match analyst?

“Il sogno sarebbe allenare in Italia perchè vorrei costruirmi una vita qua, ma la vedo dura.”

Ha già ricevuto qualche offerta? Dove? Per che ruolo?

“In Italia solo ‘paroline’ ma con squadre che non me la sento di accettare: accetterei quelle categorie solo per la Pro Desenzano, che è casa mia. Le uniche offerte reali che ho avuto sono all’estero: sono ancora in gioco per una Nazionale giovanile di una Federazione estera ed un ex calciatore dello Shakhthar mi ha chiesto di fargli da assistente in una squadra polacca. Quest’ultima è la pista più calda, ma gli ho detto che preferisco vedere se mi arrivano offerte in Italia fino a giugno.”

In Ucraina ha vissuto un periodo felice per quanto riguarda i risultati sportivi, ma hai avuto a che fare con il dramma della guerra nel Donbass. Cosa ricorda di quel periodo?

“É stato complicato perchè mai avrei pensato di veder nascere un conflitto. Sono stati mesi difficili, perchè io ero nel posto che amavo, dove c’era mia figlia, e quindi quando è scoppiata la guerra ero preoccupato per me, per la mia compagna di allora e per mia figlia. Avevo tanti pensieri, dovevo rassicurare i miei genitori in Italia. Sono stati mesi pesanti, vedevamo carri armati ogni giorno e non sapevamo di chi fossero. Ci sono stati due momenti liberatori: quando ho portato via mia figlia ai primi di maggio e quando ce ne siamo andati noi il 15 maggio a fine stagione, due settimane prima dell’inizio della guerra. La mia ex compagna non voleva lasciar andare via nostra figlia, ma quando ci fu una sparatoria vicino a casa sua si è convinta, ho portato Marika (la figlia, ndr) a Kiev e l’ho accompagnata in Italia dai miei genitori. Lucescu fu molto comprensivo, per le cose di famiglia è sempre stato molto aperto. A quel punto ero sollevato, dovevo salvare solo la mia pelle. Il secondo momento in cui mi sono sentito più leggero è stato quando, dopo una partita a Čerkassy (non potevamo più giocare alla Donbass Arena per ordine della polizia), ce ne siamo andati anche noi. Ho lasciato Donetsk senza neanche voltarmi indietro, ero troppo stanco.”

Che differenze ci sono tra il modo di vivere il calcio e lo sport tra i Paesi dell’Est e l’Italia?

“In Ucraina raramente ci sono scontri tra tifosi, la Donbass Arena era eccezionale dal punto di vista estetico ed ambientale: era sicuro, ci ho portato i miei genitori e mia figlia e, nonostante non capissero una parola della lingua del posto, si sentivano a loro agio. Un ambiente festoso e sano, come nel resto dell’Ucraina. In dieci anni abbiamo preso forse una sassata dai tifosi avversari, dopo una partita vinta 1-0 su rigore. I tifosi inoltre erano molto rispettosi della privacy e non erano invadenti. Un’altra cosa bella era che dopo la partita riuscivi ad essere a casa entro mezz’ora.”

Quali differenze ci sono nel sistema calcio giovanile?

“Là non tutti i bambini possono giocare a calcio, non ci sono così tante strutture. Però non avendo costrizioni e regole nella vita quotidiana, i giovani più bravi vanno a vivere lontano da casa, si allenano di più ed alla fine sono molto più bravi e disposti al sacrificio. Non hanno brama di arrivare e sono molto rispettosi degli adulti: arrivano dunque molto più maturi al termine dell’adolescenza rispetto ai nostri.”

In base alla sua esperienza ed al tuo contatto con altre culture sportive, come spiega l’involuzione del calcio italiano e la mancata qualificazione ai Mondiali di Russia?

“Onestamente la mancata qualificazione, nonostante tutte le disamine del caso, non è poi così meritata: dovevamo vincere per la mole di gioco creata. Vero è però che si giocava in casa e quindi qualche aspetto negativo per il nostro movimento c’è. La crisi però purtroppo è appena cominciata per me, perchè non vedo generazioni di giovani italiani molto forti a livello mondiale: anche quando vincono – ed ho avuto la fortuna di seguire l’Under 20 quando c’erano Bonaventura e Viviano o l’Under 21 che è andata in semifinale all’Europeo – non hanno qualità eccelsa. Sono italiani nel modo di difendere e nella fase di non possesso, ma non hanno qualità eccelse in fase offensiva. La vedo male nel prossimo decennio. Bisognerebbe cambiare tante cose, ma le vedo difficili, non per il mondo del calcio ma proprio a livello di struttura sociale. I ragazzi sono troppo protetti, troppo impegnati, vanno troppo a scuola e non hanno possibilità di sperimentare la motricità autonomamente, lontano da sguardi genitoriali troppo oppressivi. Non vedo come gli organi calcistici possano intervenire.”

A proposito di Mondiali, la selezione russa potrà fare bene in casa propria? Nei prossimi anni le squadre dell’Est Europa potrebbero ottenere risultati nelle competizioni internazionali?

“Il sorteggio è stato benevole con loro, hanno giocatori di talento ma che fanno fatica nei club: in una competizione corta possono fare l’exploit ma se dovessi scommettere non punterei nemmeno un rublo su di loro. Hanno qualche qualità, la lunghezza del Mondiale puù favorirli ma sono difficilmente allenabili per i soldi che prendono. Secondo me l’obiettivo massimo potrebbero essere gli ottavi, però dipende dagli accoppiamenti.”

Con quali giocatori sei rimasto in buoni rapporti?

“Con Cristiano Lucarelli, che è stato sei mesi allo Shakthar ed ora allena a Catania, sono rimasto in contatto con Criscito, con cui sono diventato davvero amico anche fuori dal campo. Con quelli dello Zenit sono rimasto in contatto solo per un po’, ma avendoli allenati solo un anno non si sono creati rapporti duraturi, mentre con quelli dello Shakhtar ho tuttora rapporti, soprattutto con gli ucraini Stepanenko, Kucher e Pyatov e coi giovani Ordets e Malyshev.”

 

Si ringrazia il signor Massimo Oscar Ugolini per la disponibilità concessa ai nostri microfoni.

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Ragazzo del '99, amo il calcio, argomento di cui parlerei tutto il giorno se fosse possibile. Diplomato al Liceo Linguistico, attualmente studio Economia e Management ed il mio sogno, dopo aver viaggiato qualche anno all'estero, sarebbe lavorare e vivere quotidianamente nel mondo del pallone.