In settimana Andrea Belotti, attaccante del Torino, ha rilasciato un’intervista in cui parla degli inizi, del suo Torino e della Nazionale. Ecco le sue parole raccolte da La Gazzetta dello Sport.

Raccontaci della tua famiglia: “È una famiglia bergamasca doc. Prima mio papà lavorava in una fabbrica dove si stampavano agende, libri… Mia mamma era in una fabbrica dove si producevano camicie; si occupava del lavaggio, dello stiraggio. Sempre stati grossi lavoratori. Mio padre a 14 anni faceva il muratore, il piastrellista. Mio nonno era morto presto e papà ha sempre lavorato perché, essendo il più grande di 4 figli, toccava a lui prendersi in carico la famiglia. Mia mamma lavorava in questa stireria però non portava a casa tanti soldi. Arrivava a casa sempre stanca e io, quando tornavo dagli allenamenti, scaricavo sempre panni sporchi. Così come mio fratello, che lavorava in una pizzeria. Quando sono andato via di casa per andare a Palermo l’ho convinta a smettere di lavorare. Le ho detto: “Non voglio più che lavori perché penso che in questo momento non sono quei 500 euro che ti cambiano la vita, preferisco che ti occupi più della famiglia, che hai più tempo per te e per papà”. Ha accettato, dopo un po’.”

Sul trasferimento al Torino e sull’interessamento delle altre squadre: “Arriva il Torino. Ero in Austria in ritiro col Palermo per due settimane e c’era la sosta di Ferragosto. Torno a Palermo perché nel frattempo mi ero fidanzato. Sapevo che c’era qualche contatto, il Presidente diceva: “Devi andare via da Palermo”, poi diceva “no devi rimanere” e verso Ferragosto, mancava poco alla fine del mercato, mi chiama e mi dice “Domani mattina devi partire e andare a Torino, firmiamo e ti alleni”. Mi ricordo che era notte quando ho chiamato il magazziniere e gli ho detto “mi devi preparare le scarpe perché domani me ne vado.” Era sconvolto. La mattina alle sei, siamo passati allo stadio e lui mi aveva lasciato le scarpe. Mi hanno detto poi che lo aveva fatto piangendo. C’erano l’Atalanta, il Sassuolo, principalmente loro due. Anche la Sampdoria. Però io ero più attratto dal Torino e dal progetto di Cairo.”

Sulla Nazionale e sulla disfatta contro la Svezia: “Giocare in Nazionale è un sogno, per chiunque. Io non nego che per me è sempre un’emozione incredibile. Quando indosso la maglia azzurra io vivo come un onore il rappresentare la mia nazione. È difficile da spiegare, è un’emozione unica. Per questo spero di tornare e lavoro perché questo accada. Diciamo che ci sono state tante cose andate tutte male. La partita in Svezia era stata strana. Un palo di Darmian, poi un goal su rimpallo, perdiamo 1-0. Eravamo arrabbiati perché qualche svedese aveva pure provocato. Anche questa cosa ci aveva tolto serenità. Finita quella partita tutti abbiamo pensato che sicuramente ci saremmo rifatti a Milano. E siamo arrivati a San Siro contratti. Nei giorni precedenti la partita mancava lucidità, non c’è stata sicurezza. Era una grande squadra. Ma quando ti trovi senza serenità e convinzione le cose non ti riescono mai. Mi ricordo un’azione in cui forse non è stato fischiato un rigore su Parolo dopo pochi minuti. Quello è sembrato un segnale che le cose si mettevano male e ha aumentato l’insicurezza.”

A proposito del suo futuro: “Lo immagino qui perché sono quattro anni che mi trovo benissimo a Torino. Sono in una grande piazza, in una grande società, con dei compagni fantastici. E io ho sempre pensato che Torino sia una città bellissima. Se devo dire un posto dove immagino il mio futuro dico sicuramente Torino.”

CONDIVIDI