Antonio Conte e i suoi limiti: la mancanza di un’alternativa e un’idea superata

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Oggi vogliamo far un po’ di chiarezza su un grande del nostro calcio che però stenta a farsi riconoscere tale anche a livello internazionale a causa di alcuni difetti che si porta dietro da inizio carriera. Antonio Conte, allenatore determinato dell’Inter, è uno dei pilastri del calcio italiano.

Ha un calcio immediato, che ha un impatto fulmineo sul modo di giocare e sulla mente dei suoi calciatori, tanto che per il tecnico pugliese creare un gruppo coeso è quasi una logica conseguenza più che un dovere.

Uno stile di gioco che si rafforza nella vittoria e che ha nella costanza, nella velocità di pensiero e nell’aggredire i suoi punti di forza. Uno stile di gioco che è un dogma per l’allenatore leccese che è senza dubbio il suo più grande punto di forza. Ma per il rovescio della medaglia questo è il suo più grande limite. Antonio Conte, sin dall’inizio della sua carriera, ha basato la sua filosofia di calcio su dei principi fondamentali che sono imprescindibili.

Dal 4-2-4 dei primi anni ad Arezzo, Bari e Siena fino al 3-5-2 con Juventus, Nazionale e Chelsea la sua filosofia, quasi fondamentalista, è stata un mantra, che però spesso ha sancito le sue maggiori débacle. L’integralismo di Conte crea una macchina ad ingranaggi rodati e perfettamente collaudati che gira ad una velocità così alta, dove, se un singolo ingranaggio non gira come si deve, si incappa in problemi.

All’Inter Antonio Conte non riesce a imparare dai suoi errori, la sua mancanza di versatilità è già costata tanto ai nerazzurri. Trovandosi però a lottare per lo scudetto alcuni difetti riescono ad essere nascosti bene. Ma i difetti sono ancora ben evidenti.

Conte, come suddetto, è sempre stato contrario a cambiare il suo sistema di gioco fisso, ordinato e disciplinato, tant’è che, come da lui stesso affermato, se l’Inter non va a duecento all’ora non ottiene risultati. Perché se la rapidità di esecuzione dei suoi interpreti viene interrotta, si inceppa la macchina perfetta, e non essendoci una contromisura reale si rischia il peggio. Quest’anno è già successo diverse volte, ad esempio con Barcellona e Dortmund in Champions League, dove un cambio di modulo dell’avversario ha creato scompiglio nello scacchiere nerazzurro.

Uno scacchiere che se perde un pezzo inizia a scoprire il fianco e a vacillare. Conte si è spesso lamentato della mancanza di alternative valide all’undici titolare, ma il problema reale sta anche nella mancanza di alternative nel sistema di gioco e di manovra. Ad esempio l’Inter dipende dai piedi di Marcelo Brozovic, se il croato non è in giornata o viene bloccato da una marcatura asfissiante, Conte perde uno dei suoi dogmi, ossia il rapporto tra i tre di centrocampo. Ampliare lo spazio tra il perno di centrocampo e le due mezzali, fa perdere tempi di gioco e chiude la possibilità di recupero palla veloce e verticalizzazione per una mezzala o per un attaccante, costringendo la squadra a ripiegare sulle fasce o ai lanci lunghi, assenti dai dettami di Conte e spesso utilizzati come guizzo occasionale più che come vero tema tattico, nonostante si disponga di Romelu Lukaku, abile nelle sponde.

La rigidità mentale del tecnico nerazzurro si risconta anche nella difficoltà di inserimento di un gioiello come Christian Eriksen, che da quando è arrivato a gennaio non ha ancora trovato il suo posto nello scacchiere nerazzurro. Non riuscire ad inserire un calciatore dall’intelligenza tattica sopraffina indica una staticità nella filosofia di gioco, che può non deporre a favore dell’ex commissario tecnico azzurro.

Antonio Conte, però, ai difetti in campo affianca anche difetti di gestione fuori dal rettangolo verde. Liquidare Nainggolan e Icardi senza nemmeno incontrarli sa di una superbia che non è affare del tecnico spesso molto umile ma mostra la sua ostinatezza negli schemi mentali: se un calciatore non è congeniale al suo schema o potrebbe non rispettare i suoi dogmi è un calciatore da salutare. Questo sembra legato ad un’idea di calcio molto distante da quella moderna, legata spesso ad una mentalità da provinciale: l’epoca degli allenatori che mettono gli schemi davanti ai giocatori è finito. E’ un’idea superata.

Una grande squadra deve avere una propria identità e svilupparla attraverso il suo gioco e le sue idee, che l’allenatore impartisce, ma non in maniera meccanica e quasi obbligata. Veder giocare la Juventus del 2013 o la nazionale del 2016 o l’Inter attuale non fa quasi alcuna differenza, ma nel frattempo il calcio va avanti e come tutto si evolve, restare fissi a un decennio fa, per quanto rassicurante, è un grande limite.

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Mario Galterisi, caporedattore di Novantesimo. Architetto, laureato presso la Facoltà di Architettura dell'Università Federico II di Napoli. Graphic designer free-lance. Addetto stampa presso IBar Academy. Amo il calcio come poche cose ed è una delle poche costanti che trascende i miei interessi.

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