In attesa di decifrare il suo futuro, il portiere di Roma e Brasile Alisson ha parlato direttamente dalla Russia concedendo un’intervista a La Repubblica.

Sono un gio-ca-to-re. Capito? Uno degli undici, quando si fa la conta. Non quello che si aggiunge, non dieci più uno”.

La sottile differenza?
«Che io non mi considero l’ultimo baluardo, quello che sta in porta fermo ad aspettare. Gioco da difensore, partecipo, cerco di fare presenza sugli attaccanti, partecipo al gioco. Li tocco».

In che senso?
“Mi faccio sentire. Cerco di dare fastidio, di disturbare, non c’è la mia porta e poi la loro zona del campo. Io non ho paura di usare i piedi, non mi viene l’ansia se non devo toccare il pallone con le mani, anzi mi impongo di non strafare“.

Però ha delle belle mani.
«Dita lunghe, da pianista. Infatti suono. Anche la chitarra, soprattutto per mia figlia. Adoro i gospel e la musica country. E in famiglia abbiamo un certo DNA: mio fratello Muriel è portiere, mio papà giocava per divertimento nello stesso ruolo, e mia mamma viene dalla pallamano».

Giocare con i piedi, non è mai stato un problema per i brasiliani.
«La nostra tradizione è quella. Ma l’Europa da noi in passato ha sempre cercato attaccanti e numeri dieci. Se giocavi in porta voleva dire che eri un asino a pallone. Si cercavano fisici massici e potenti. Era un ruolo da rifugiato, vivevi la pubblica condanna di essere uno scarto. Il maledetto retaggio di Barbosa che nel ’50 si fece sorprendere dall’Uruguay e che la scontò per tutta la vita. Non è più così: lo hanno dimostrato Taffarel, Dida, Julio Cesar. Ora sono nate le accademie per i portieri. E ci siamo io e Ederson».

Ma Julio Cesar quattro anni fa ne prese sette.
«Quando io ne ho presi cinque dal Liverpool ho vissuto un’esperienza quasi simile e non ho dormito per giorni. Passavo le notti a chiedermi: quale gol potevo evitare? Fortuna che poi rigiochi e puoi riscrivere la storia».

Lei si allena anche sulla terrazza di casa.
«Sì, mi sono fatto una palestra. Curo il mio fisico, sono a dieta. Anch’io mi sono fatto consigliare dal nutrizionista di Messi. Bevo mate, infuso caldo, ma mi concedo anche qualche birra».

A chi deve la sua evoluzione?
«A Taffarel, allenatore dei portieri del Brasile, che stimo molto come uomo e al preparatore Marco Savorani, che nella Roma ha finalizzato le mie caratteristiche. Si è messo dietro la porta e mi ha dato i consigli. Un conto è lavorare con i piedi, un altro è mettersi a disposizione delle necessità della squadra. Indirizzare i tiri dove serve».

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15/10/99 Redattore di Novantesimo

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