Juventus, Agnelli in aula come testimone per il processo sulla ‘ndrangheta in Piemonte

Agnelli

Arrivano novità per quanto riguarda i presunti “rapporti” tra il presidente della Juventus Andrea Agnelli e la ‘ndrangheta piemontese, con nuove indiscrezioni che vanno ad aggiungersi a quelle che sono state rese note poco tempo fa.
Infatti, il patron bianconero sarà presente al Tribunale di Torino per rivestire il ruolo di testimone nell’ambito del processo Alto Piemonte, riguardante le infiltrazioni di famiglie mafiose nella Regione piemontese e nella curva bianconera.
L’imprenditore verrà ascoltato dal gup Giacomo Marson, che ha ammesso la sua presenza al processo sul modello di alcune sentenze della Cassazione, datate 2014 e 2016, dopo due ore di camera di consiglio.
Le due sentenze appena citate stabiliscono, rispettivamente, che, in caso di richiesta di abbreviato condizionato, la prova integrativa debba essere necessaria sul piano logico e valutativo e che, nel caso in cui l’imputato debba rispondere di più contestazioni, la condizione richiesta debba obbligatoriamente essere dirimente e totalizzante, visto che in ogni caso la sede naturale della raccolta delle prove è il dibattimento e non il processo in abbreviato.
Il tutto è stato reso più chiaro dall’avvocato degli imputati del processo (Saverio e Rocco Dominello), ossia Domenico Putrino, che insieme agli altri legali ha spinto per la presenza di Agnelli in aula ed ha spiegato il perché in un’intervista riportata da calciomercato.com.
Ecco le parole di Putrino:
“Lo abbiamo fatto a inizio udienza per dimostrare, come emerso dagli atti processuali, quanto era uscito dalle intercettazioni tra Agnelli e il suo legale, Luigi Chiappero, conversazioni nelle quali Agnelli ammette incontri con il mio assistito. E quegli incontri erano per questioni non mafiose, noi questo vogliamo dimostrare. La procura non si è opposta alla nostra richiesta. Ci interessa sentire anche Grancini per far capire che i biglietti venivano consegnati in grandi numeri dalla società agli ultrà. Questa era una cosa normale. Una consuetudine, che però avveniva non per una questione di mafia”.

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